Il Vicario episcopale della Zona I ha visitato tutti i Municipi cittadini richiamando i temi toccati dall’Arcivescovo nel Discorso di Sant’Ambrogio e nell’intervento a Palazzo Marino: «Ho riscontrato attenzione, apprezzamento e apertura al dialogo e alla collaborazione»

di Luisa Bove

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Monsignor Carlo Azzimonti

A seguito della visita a febbraio dell’Arcivescovo a Palazzo Marino, dove ha incontrato il Consiglio comunale di Milano, il Vicario episcopale della Zona I, monsignor Carlo Azzimonti, si è reso disponibile a girare lui stesso i 9 Municipi della città. La proposta è stata portata dal Capo di Gabinetto del Sindaco alla Conferenza dei Presidenti dei Municipi, che l’hanno accolta all’unanimità.

Quando si sono svolti gli incontri?
Da fine marzo a fine maggio ho girato tutti i Municipi di Milano. In genere sono state convocazioni ad hoc intitolate “Incontro con il Vicario episcopale della città sull’intervento dell’Arcivescovo”. Il mio intento, infatti, era quello di richiamare e rilanciare il Discorso di Sant’Ambrogio Autorizzati a pensare e l’intervento a Palazzo Marino sul tema dell’alleanza tra le istituzioni per il bene comune. Dopo il saluto introduttivo del presidente del Municipio, intervenivo io, poi seguiva il confronto. I vari consiglieri si iscrivevano liberamente, in media c’erano 5-8 interventi, alcuni preparati e pensati con cura, altri a braccio.

Che cosa ha richiamato in particolare?
Da Autorizzati a pensare l’invito era di dare spazio alla ragionevolezza, soprattutto per il bene comune, richiamando quei rischi indicati dall’Arcivescovo: le pretese indiscutibili, il consenso emotivo, le procedure esasperanti, compreso il rischio dell’utilitarismo, per cui tutto è ridotto all’utile e al quantificabile. Quindi concludevo sulla necessità di prendersi cura del legame sociale, rafforzando l’identità dei territori per contrastare tutti quegli aspetti di negatività nel vivere (isolamento, solitudine…), per accentuare invece i processi di aggregazione e inclusione. Rilanciavo la disponibilità al dialogo da parte della Chiesa nelle sue articolazioni territoriali, parrocchie, associazioni e movimenti, per dare ciascuna il proprio contributo al bene comune nei territori.

E rispetto ai temi trattati a Palazzo Marino?
Ho richiamato quello che l’Arcivescovo ha definito il «linguaggio comune», cioè la Costituzione della Repubblica, in particolare la prima parte, frutto dell’incontro positivo tra culture, anche politiche, molto diverse e animate da ideologie e passioni contrapposte, ma che hanno saputo trovare un momento di alta coesione e di mediazione nella Carta costituzionale. Da qui la centralità della famiglia, come soggetto, risorsa per favorire il convivere sereno e solidale dei cittadini. La famiglia pensata soprattutto come incubatrice di legami sociali e come luogo generativo di futuro, capace di contrasto nei confronti della solitudine degli anziani, calo demografico, dispersione scolastica, dipendenze, indifferenza individualistica… E infine due percorsi promettenti: il buon vicinato e l’alleanza delle istituzioni. Ho cercato di provocare ogni territorio a domandarsi cosa c’è di positivo, quali forze. Le elenco: università, scuole, servizi sociali, luoghi di promozione dell’incontro, associazioni e, ovviamente, la Chiesa diocesana, ma anche le altre comunità cristiane e religioni.

La parola poi passava ai consiglieri…
Sì, dopo la mia riflessione si apriva il dibattito e devo dire che in generale c’è stato un grande apprezzamento sulle riflessioni dell’Arcivescovo. C’era la voglia di entrare in dialogo. I consiglieri apprezzavano quanto la Chiesa già fa attraverso le parrocchie nei diversi territori. Alcuni hanno citato casi concreti di alleanza positiva. Tutti si sono sentiti riconosciuti e hanno detto: «È la prima volta che un esponente della Chiesa in modo formale ci visita, ci incontra, ci ascolta e propone un patto».

Ora l’alleanza si gioca sui territori…
Certo. Negli incontri con i Municipi ho sempre invitato i decani, volevo dare un segnale di questa possibile collaborazione con i protagonisti che operano sul territorio. Quindi ho passato la palla a loro: parroci e decani sono contenti di mettersi in gioco con le loro comunità cristiane. Io ho fatto da apripista. Ciò che mi ha colpito è che la mia presenza è divenuta l’occasione anche per un esame di coscienza sulla loro passione, anche civica, sull’impegno politico della base, svolto da non professionisti, ma da persone che lo fanno nel tempo libero. «La Chiesa – hanno detto – ci riconosce nel nostro ruolo ed è l’ambito di massima prossimità anche dei cittadini».

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