Tre dimensioni dell’oratorio che divengono altrettante «prospettive di impegno per gli operatori pastorali, al fine di avviare determinazioni concrete e applicazioni negli uffici diocesani dedicati a questi ambiti: una visione di fede in cui la dimensione religiosa è determinante per una vita buona. Una visione di oratorio nella quale la progettualità assume la responsabilità di percorsi che interpretano la realtà, ospitando la molteplicità. Terzo, l’importanza di una dimensione culturale del camminare, del vivere ed essere presenti nelle strutture in cui abitiamo, quindi educazione a conoscere la storia con le due radici».
«Una vita in cui Dio c’è. È il motivo per cui siamo qui: non per cercare un aggiustamento che consenta una convivenza meno problematica, ma perché crediamo che Dio vi sia, in una società individualista che vuole convincerci del contrario».

Le dimensioni dell’oratorio di oggi
Questi i «pensieri», come li definisce, con cui l’Arcivescovo suggella l’incontro dedicato a «Fede e accoglienza: l’oratorio come luogo di incontro interreligioso», promosso presso l’oratorio San Luigi della parrocchia Beata Vergine Assunta a Bruzzano, a un anno dalla pubblicazione dell’omonimo documento diocesano e nel 40esimo della grande preghiera voluta da Giovanni Paolo II, che riunì ad Assisi tante fedi diverse.
Dalla consapevolezza della realtà che ci circonda – evidente nelle testimonianze proposte – e da questi punti fermi e programmatici, emerge l’auspicio di monsignor Delpini: «La politica si renda conto che le donne e gli uomini hanno bisogno e diritto di vivere le loro religioni e comprendano che occorre pensare a una società ospitale, dove la differenza non è un problema. Una visione che mi pare stenta a maturare nella lettura complessiva della situazione italiana».
Insomma, una sfida non solo concreta, ma soprattutto di mutamento culturale ed esistenziale della lettura del presente e del domani che è già qui: questa evidente necessità ha portato il Servizio per l’Ecumenismo e Dialogo, la Fom e l’Ufficio per la pastorale dei Migranti a organizzare la serata. Tra i presenti, i Vicari episcopali di Settore, monsignor Luca Bressan e monsignor Giuseppe Como, i condirettori di Caritas Ambrosiana, sacerdoti impegnati nella Pastorale giovanile e nel dialogo e rappresentati di alcune fedi, specie musulmani. Moderato dal direttore della Fondazione degli Oratori Milanesi, don Stefano Guidi – «questo è l’avvio di un percorso di riflessione», spiega -, l’incontro è aperto dall’intervento del responsabile del Servizio per l’Ecumenismo, don Adam Kieltyk.

Costruire legami
«Lo spirito di Assisi non è un ricordo da celebrare, ma uno stile spirituale. Per la Chiesa ambrosiana, in una città sempre più plurale, tale spirito chiede tre cose: custodire con gioia la propria identità cristiana, perché solo chi sa chi è può incontrare l’altro senza paura; riconoscere nel credente di un’altra religione un fratello; fare della preghiera, nostra e altrui, la prima forma di impegno per la pace».
«L’oratorio resta un luogo dichiaratamente cristiano, dove si prega e si educa secondo il Vangelo; e proprio per questo sa fare spazio a tutti, evitando tanto le chiusure preconcette quanto le aperture confuse e sincretiche. Così la pluralità delle presenze religiose diventa una risorsa educativa», sottolinea don Adam, accennando anche al Monastero ambrosiano come luogo di confronto profetico che sorgerà – con una chiesa, una piccola comunità, un giardino e una biblioteca delle religioni – nell’area Mind, polo di eccellenza e innovazione dove vivranno e lavoreranno oltre 70 mila persone: «Preghiera, cortile, città: sono i tre luoghi in cui, quarant’anni dopo, lo spirito di Assisi continua a vivere nella nostra Diocesi. Ed è anche la nostra risposta alle immagini di piazza Duomo: non la paura né la sola condanna, ma la pazienza di costruire legami, perché le nostre piazze tornino a essere luoghi di incontro».

Le testimonianze
Particolarmente intense e indicative le quattro testimonianze che delineano una società multietnica e multireligiosa che è la realtà ormai della metropoli, specie in alcune zone, come peraltro ha evidenziato il progetto “Parrocchie e periferia” avviato da qualche anno da Fom e Caritas ambrosiana.
Testimonianze come quella di Davide Forte, educatore professionale di “Aquila e Priscilla” che, nel quartiere Cederna di Monza, sperimenta un oratorio che «è un laboratorio di una società che cambia». «Dentro questa realtà – riflette – pensare una proposta operativa non è sempre facile e immediato, ma spesso sono i ragazzi stessi a parlare di Dio. Nei loro racconti emerge un desiderio di crescere e di sentirsi parte di una comunità. Abbiamo un Centro di aggregazione giovanile: festeggiamo insieme alcune feste religiose. L’oratorio è un luogo che non perde la sua identità cristiana, ma che, proprio accogliendo, trova una sua dimensione più autentica. Molti ragazzi anche di diverse provenienze desiderano diventare educatori, ed è una cosa bella perché così non sono più solo fruitori di un servizio, ma protagonisti di uno spazio sentito così proprio da voler rendere quello che si è ricevuto».
Per Giacomo Crespi, espressione delle Famiglie missionarie a km 0 – già missionario fidei donum nel Perù amazzonico e ora educatore impegnato, tra le diverse realtà della Diocesi, anche in via Padova -, «l’intercultura è uno dei tratti irrinunciabili per capire il presente». La parrocchia, impegnata nell’ultimo anno in un riavviato rapporto di dialogo costruttivo con la vicina Casa della Cultura Islamica, e ora apertasi anche ad altre realtà come quella buddista, ha deciso di costituire una Commissione per il dialogo interreligioso, «passando dalla semplice promozione di eventi a un pensiero strutturato con un coinvolgimento dei laici come espressione delle comunità».
Don Paolo Timpano, sacerdote della Pastorale giovanile di Cesano Boscone, dice: «Il doposcuola come gesto di carità colpisce e incuriosisce anche tanti ragazzi musulmani che sentono che qualcuno vuole loro bene». Tuttavia, chi vuole «iscriversi all’oratorio estivo, per esempio, sa che è una proposta educativa cristiana e che la preghiera è parte integrante dell’oratorio, per cui la richiesta di non parteciparvi da parte di alcuni non è stata accettata. Gli incontri di dialogo ci chiamano, anzitutto, a comprendere chi siamo, ponendosi di fronte alla libertà dell’altro».
Infine, Francesca Galeota, attiva nella Comunità pastorale del quartiere Bicocca – dove è aperta una scuola di italiano, all’inizio per le mamme, e poi ampliato a tutte le donne – racconta: «Da tre anni abbiamo un Centro per minori stranieri non accompagnati, aperto tutte le mattine nei locali dell’oratorio che ospita una ventina di ragazzi. Succede che tante mamme diventano collaboratrici e aiutanti. Il tutto si fa così un’occasione di comunità. Se, nel nostro modo di camminare, passa un po’ di Gesù allora siamo nella dimensione giusta».

Non esistono guerre sante
A chiudere gli interventi, l’imam Izzeddin Elzir, delegato al dialogo interreligioso dell’Unione delle Comunità Islamiche in Italia, da tanti anni cittadino di Firenze: «Il nostro Paese vive una laicità accogliente e non miscredente, non è una laicità escludente alla francese. Per processare i giovani dobbiamo processare noi stessi: imam, sacerdoti, genitori, Stato», osserva Elzir, arrivato direttamente da Assisi, dove ha partecipato all’evento per i 40 anni dalla preghiera del 1986.
«Il dialogo a volte fa paura, perché c’è il timore che qualcuno converta l’altro. Manca il coraggio di parlare di esperienze come quelle espresse stasera. Più le nostre fedi sono vere e sincere, più aprono ponti verso gli altri, ma la storia ha dimostrato che talvolta siamo vigliacchi e tocca a noi avere oggi coraggio e parlare. Io preferisco, allora, parlare di interazione, per cui 2 diventano 3, più che di integrazione, dove 2 diventano 1. Durante la storia abbiamo usato le religioni per alzare muri e uccidere, ma questa non è vera fede e, come ha detto il Papa, le guerre sante non esistono».






