La soluzione di un problema sociale di casa nostra provoca una modifica dei contesti familiari in casa d’altri. Se ne discute in un convegno promosso dalla Caritas decanale di Monza

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Spesso i bisogni di cura all’interno delle nostre famiglie sono soddisfatti grazie al contributo di badanti e assistenti straniere, che però così lasciano scoperti bisogni analoghi nelle loro famiglie. Che interrogativi etici pone questo fatto? Che cosa accade in quelle famiglie “lasciate indietro”, ai bambini, agli anziani e ai mariti? Quali i costi, quali i vantaggi, quali azioni sono messe in campo per “fare famiglia” a distanza, quali i modelli di famiglia che si stanno creando? Quali relazioni si possono costruire quando queste donne – con le loro famiglie alle spalle spesso lontane – incontrano qui i nostri anziani e le nostre famiglie? Quali aspettative reciproche sono presenti sulla scena della cura nelle nostre case, tra donne migranti e donne italiane, tra le nostre famiglie e queste famiglie transnazionali? Che cosa si può fare affinché questo mix di famiglie italiane e non, presenti e assenti, diventi un’occasione d’incontro, di scambio e di crescita per tutti, un bene comune?

«Nel corso della nostra esperienza – rileva don Augusto Panzeri, responsabile della Caritas decanale di Monza, che da anni lavora a favore degli anziani e delle loro famiglie – constatiamo sempre più l’importanza di ascoltare non solo le esigenze della famiglia italiana, ma anche quelle della donna straniera che lascia la propria famiglia per accudirne un’altra, lontana dai propri confini e dalle proprie abitudini quotidiane. Il risultato è spesso paradossale perché, se da un lato rispondiamo a un bisogno (quello della famiglia italiana di avere un’assistenza continua per i propri cari), dall’altro lato vediamo che la famiglia d’origine della badante subisce una perdita importante. Le donne straniere che svolgono questo lavoro in Italia, infatti, sono spesso madri di bambini anche piccoli e, una volta giunte in Italia, sono costrette ad affidare per un lungo periodo di tempo i propri figli ai nonni o ad altri parenti». La soluzione di un problema sociale di casa nostra, in sostanza, provoca una modifica dei contesti familiari in casa d’altri.

La Caritas di Monza si è perciò interrogata su questi temi e desidera approfondire il confronto insieme agli operatori sociali e al volontariato sociale (senza dimenticare l’opinione pubblica e i cittadini). Lo farà nel convegno intitolato «Intrecci di famiglie», promosso in collaborazione con Fondazione Monza Insieme Onlus, Fondazione Maria Paola Colombo Svevo e Fondazione della Comunità di Monza e Brianza, in programma venerdì 27 ottobre presso l’Auditorium Enrico Pogliani dell’Ospedale San Gerardo di Monza (via Pergolesi 33). Fra i relatori, oltre a studiosi di diverse università, interverrà Natalia Tkachenko, coordinatrice dei programmi sociali della Caritas Ucraina. Una presenza importante e significativa, utile a chiarire cosa succede in uno dei Paesi di origine delle badanti che lavorano in Italia.

Il convegno è dunque l’occasione per comprendere meglio questa realtà, studiando il fenomeno nelle sue luci e ombre, le peculiarità della situazione attuale, le prospettive future anche a livello europeo, e sottolineando le buone prassi attivate e attivabili. In una prospettiva psico-sociale ed etica più ampia, appare sempre più importante valorizzare le potenzialità della cooperazione con i Paesi di origine delle badanti, in modo che il bene comune possa essere protetto anche attraverso reti estese nello spazio e forte un welfare transnazionale. Una problematica alla quale Caritas non intende sfuggire, ma che, insieme ad altri, desidera affrontare.

La partecipazione al convegno è gratuita. A tutti i partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione. Sono previsti crediti formativi per assistenti sociali.
Info e iscrizioni: Caritas decanale di Monza (via Zucchi 22/B – Monza; tel. 039.389934; fax 039.320671; segreteria@caritasmonza.org

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