Alla Veglia in Duomo presieduta dall’Arcivescovo 5000 giovani e catecumeni provenienti da ogni Zona della Diocesi: «Sentiamo l’incoraggiamento che ci viene dai martiri come il gendarme Arnaud Beltrame, che in Francia si è sacrificato per liberare gli ostaggi»

di Annamaria BRACCINI

traditione Symboli

Un inno a vivere la parte migliore di sé che riconosce nel Signore non «un ospite di passaggio», ma una presenza della quale non si può fare a meno.
Sono tanti i motivi di riflessione e di gioia della “Traditio Symboli” 2018 che, in ideale continuità con la “Redditio”, viene intitolata appunto “La parte migliore”, attraverso l’espressione pronunciata da Gesù a Betania, ospite di Marta e Maria. È, infatti, il famoso passo del capitolo 10 del Vangelo di Luca a guidare la Veglia cui partecipano, in Duomo, oltre 5000 giovani provenienti da tutta la Diocesi ai quali si uniscono molti dei 132 Catecumeni che riceveranno i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana nei prossimi giorni. L’invito è a coltivare quell’atteggiamento di ascolto che papa Francesco ha raccomandato in vista del Sinodo dei giovani e a camminare insieme sulle vie della fede, salutandosi con il “kaire-rallegrati”, più volte chiesto l’Arcivescovo e richiamato anche durante la Celebrazione.
Tutto, d’altra parte, parla di un itinerario di crescita da condividere: la grande croce del Sinodo minore “Chiesa dalle Genti” posta al centro dell’altare, l’essere accolti in Cattedrale da gruppi di giovani originari di varie parti del mondo, la preparazione della Veglia affidata a ragazzi e ragazze legati a diverse realtà e articolazioni ecclesiali.
Tra la proiezione delle immagini di guerra e dolore della mostra “Memoria” di James Nachtway, l’animazione, i canti e la preghiera, le parole del Vescovo interrogano delineando l’unica speranza affidabile che non delude mai. Quella che entra nella casa di una Marta 25enne convinta di «non essere interessante per nessuno» e che si sente trattata da serva, di una Maria ventenne «confusa tra slanci di generosità e desideri di santità» e dell’ancor più giovane Lazzaro che pensa che «Gesù venga per le sue sorelle e solo per gli altri». Emblema «dei complessi, paure e frustrazioni che ciascuno ha; della tentazione sempre presente di sottovalutarsi».
E, allora, il monito di monsignor Delpini è chiaro e rivolto direttamente ai ragazzi: «Gesù, invece ha stima di te, riconosce in te la vocazione ad essere figlio di Dio, sa che, proprio così come sei fatto, sei adatto alla vita. La società ha bisogno di te e ha ragione di aspettarsi qualcosa perché tu puoi farlo e hai gioia nel farlo».
Da qui la proposta di un itinerario di fede articolato in tre tappe, nella consapevolezza che «il Signore non è un ospite di passaggio», né solo un amico affezionato con cui si sta volentieri perché «fa bene incontrare gli amici, anche se uno sa che non può aspettarsi più di tanto».
Il Signore è altro: «Quando si affrontano le domande serie della vita, le scelte che decidono di sé e di quelli che ci stanno a cuore, quando la casa è visitata dalle prove estreme, allora si riceve la grazia della fede. Gesù è risurrezione e vita, Colui che ha parola di vita eterna, che attraversa anche la morte perché vinca la vita». Come testimoniano i Catecumeni che si presentano per ricevere il battesimo, definiti «giovinezza della nostra Chiesa».
«Così tutti ci prepariamo a vivere la Pasqua: vieni, Signore Gesù, vieni nella nostra vita, nella nostra casa, risveglia la nostra fede perché non sia un complemento ornamentale dei nostri pensieri, un angolino di preghiera, non si riduca a uno slancio di generosità nel nostro tempo libero».
Il pensiero va ai martiri (la “Traditio” 2018 viene celebrata proprio nel giorno esatto del 38esimo anniversario dell’uccisione di monsignor Romero, 26esima Giornata Mondiale dei Missionari Martiri). «Sentiamo l’incoraggiamento e la commozione che ci viene dalla testimonianza dei martiri, uomini e donne che, per la loro fede, soffrono, sono esuli dalla loro terra e dalla casa, ridotti in povertà, eppure cantano la loro preghiera perché credono. Sentiamo la testimonianza dei martiri come il gendarme Arnaud Beltrame che si è sacrificato in Francia per liberare gli ostaggi, e delle tante persone che non sono citate dai giornali».
E, dopo la consegna del Credo, simbolo della fede e di una preghiera composta dall’Arcivescovo per l’occasione, ancora qualche parola di incoraggiamento – o, meglio, un Editto – per costruire un domani più giusto. «Prendete il cellulare, pensate a un amico che abita in Europa, italiano o di altri Paesi, e scrivete un messaggio spiegando che il Vescovo ha detto che la vostra amicizia costruirà l’Europa. Mentre i nostri nonni si sono fatti la guerra, i bisnonni arricchiti saccheggiando i Paesi di tutto il pianeta, noi vogliamo costruire non l’Europa delle leggi complicate, dei mercanti o delle banche, ma quella dei popoli perché sappiamo che la culla di questo Continente è la fede nel Signore. È il Cristianesimo che lo rende accogliente e dà futuro. Guardate avanti, siete i protagonisti di una nuova civiltà. Sogno un’Europa fatta di una rete di amicizia, di ragazzi che si incontrano, di persone che vivono insieme il loro tempo per la solidarietà e la speranza, per edificare un benessere condiviso. Così i cristiani europei saranno un messaggio per tutti i cittadini. L’Europa non è un luogo di vecchi egoisti preoccupati solo di difendere i loro privilegi».

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