In un Duomo affollatissimo l'Arcivescovo ha presieduto la Veglia Missionaria Diocesana, con la consegna del mandato ai partenti e l'accoglienza ai sacerdoti che arrivano nella nostra Diocesi dai 4 angoli del mondo

di Annamaria BRACCINI

veglia

Portare la missione ai confini del mondo, in un mondo senza confini, in una terra minacciata dove aumentano tragicamente le povertà di centinaia di milioni di persone e diminuiscono drammaticamente le ricchezze del creato come gli alberi o l’acqua.
La Veglia missionaria diocesana 2019 – preparata dai missionari della Consolata e Comboniani con il titolo “Battezzati e inviati. Per la custodia del creato” – ha un sapore tutto particolare in questo mese straordinario dedicato alla missione e nella sera che precede la chiusura del Sinodo sull’Amazzonia.
Infatti, sono i segni di acqua, terra e fuoco, portati da alcuni indigeni dell’Amazzonia sulle note dei rumori della foresta e di una loro danza, a guidare simbolicamente l’intera Celebrazione presieduta, in un Duomo affollatissimo, dall’Arcivescovo, cui sono accanto il vicario generale, monsignor Franco Agnesi e il vicario episcopale di Settore, monsignor Luca Bressan. In altare maggiore trovano posto alcuni laici e molti altri sacerdoti, tra cui i Vicari episcopali di Zona e il responsabile dell’Ufficio per la Pastorale Missionaria, don Maurizio Zago. Ci sono naturalemente i missionari partenti, cui viene consegnato il crocifisso, e coloro che arrivano nella nostra Diocesi per motivi di studio e che saranno impegnati nel ministero pastorale.
Insomma, un mosaico di suoni, volti, colori della pelle, vesti etniche, che disegnano la Chiesa dalle genti che si rende concretamente presente tra le navate della Cattedrale in quella che viene definita – e che è – una «festa nella preghiera della missione come incontro, condivisione e possibilità per imparare».
Dall’acqua, simbolo di purificazione ed elemento primo del pianeta e del corpo umano (il 70% di entrambi è costituito appunto dall’acqua) si avvia il primo momento, arricchito dalla testimonianza di padre Corrado Dalmonego, missionario della Consolata in Brasile, da anni vicino al popolo Yanomami. «L’azione della nostra Chiesa in uscita incontri tutti straripando perché nei confini stretti la fede e la Chiesa appassiscono», scandisce attraverso la metafora del fiume e, appunto, dell’acqua che l’Arcivescovo benedice, aspergendo l’assemblea.
Poi la terra, “terra promessa” del popolo di Israele e “terra senza male” dei popoli dell’Amazzonia, madre e sorella, simboleggiata dai piccoli alberi che vengono consegnati ai 7 Vicari episcopali sul territorio invitati a piantarli nelle loro Zone pastorali.
Infine, il fuoco, segno che arde nel desiderio missionario e nel cuore della Chiesa dalle genti fatta di persone e non di statistiche come nota, nella sua riflessione, il Vescovo.
«Noi siamo quelli dei nomi, non dei numeri; rispondiamo se siamo chiamati per nome, ci fermiamo a parlare se qualcuno ci racconta la sua storia o ascolta volentieri la mia storia. Io non mi sono mai fermato per strada a parlare con un numero o con una percentuale».
Nome che, per ciascuno è stato scelto fin dalla nascita, nome che ci qualifica anche se il gruppo o un insieme ci rassicura, come sottolinea il vescovo Mario con un bell’esempio.
«Io non ho mai cresimato una classe: ho sempre cresimato, uno per uno, quelli che hanno detto “eccomi”. Persino Dio si è adattato al nome che mi è stato dato: ci ha chiamati per nome, ha riconosciuto la nostra libertà, ha apprezzato la nostra originalità, ha interpretato il desiderio di felicità che è in noi, ha promesso il compimento del desiderio nella risposta alla sua chiamata.
Siamo gente che intende la vita non come un percorso solitario e arbitrario, ma come una risposta a Colui che ci chiama per nome. La vita è vocazione».
Infatti, vengono chiamati per nome i partenti e coloro che giungono in Diocesi, «tutti in nome del Vangelo» e di quel nome nuovo scritto «sulla pietruzza bianca» – il riferimento è al secondo capitolo del Libro dell’Apocalisse – con cui chiama il Signore.
In tale chiamata sta il senso di responsabilità e il dovere del rispondere.
«Ci sentiamo interpellati dalle situazioni, dai problemi, dai disastri provocati dall’insipienza e della superficialità e, perciò, ci facciamo avanti per rendere più abitabile la terra».
Insomma, occorre “metterci la faccia”, facendosi «avanti con nome e cognome per prendere la responsabilità delle situazioni, dell’acqua, della terra e del fuoco: non per cercare colpevoli, inseguire una moda o per incolonnarsi in uno schieramento, ma perché ci sentiamo responsabili della salvezza del pianeta. È questo significa avere stima di noi stessi e della nostra originalità e intendere la vita come una vocazione e il tempo come un’occasione».
Poi, il mandato ai missionari partenti – 2 preti diocesani Fidei Domun destinati in Zambia, una missionaria dell’Immacolata inviata in Guinea Bissau e un missionario del Pime che andrà in Cambogia – la benedizione, la consegna del crocifisso e dell’anello amazzonico di Tucuum, emblema dell’alleanza con i più poveri. Ai molti sacerdoti e alle 2 suore della Riparazione che arrivano, invece, viene donata la Proposta pastorale di quest’anno.
Bellissimo il momento finale, con l’uscita dal Duomo, seguendo l’Arcivescovo che arriva fin sul sagrato in festa con i concelebranti, i missionari, i rappresentanti dell’Amazzonia, percorrendo la navata centrale della Cattedrale delimitata, per l’occasione, dalle torce portate tra le mani dagli appartenenti alla Confraternita del Sēnor de Los Milagros (che, quest’anno, l’indomani a Lecco, vivono la loro tradizionale Festa devozionale). Un piccolo sacchetto di semi da far fruttificare, segno dell’impegno preso nella Veglia, viene offerto a ogni partecipante.
«Ho dato il crocifisso ai partenti, ma a tutti chiedo di abbonarsi alle riviste missionarie per impapre a guardare il mondo senza il paraocchi che ci impongono e di tenere il crocifisso accanto al letto. Su un bigliettino scrivete “Ho sete”. Chiedetevi cosa significa questa parola di Gesù e Lui vi darà la risposta».

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