Parla un sacerdote che riceverà il mandato nella Veglia diocesana del 26 ottobre in Duomo: dagli incontri con i concittadini missionari ai viaggi effettuati nel continente nero, esperienze della presenza di Dio alla base della vocazione ad andare da “fidei donum” nel Paese africano

di Giuseppe MORSTABILINI

Don Giuseppe Morstabilini
Don Giuseppe Morstabilini (al centro)

Ultimamente tutti mi chiedono perché mi sono reso disponibile a partire come missionario fidei donum in Zambia. Nell’elaborare le risposte da dare, ho preso maggiormente coscienza che sentir parlare di Africa ha sempre esercitato un certo fascino su di me.

I primi a farmela conoscere e amare sono stati i missionari del mio paese. Quando ero bambino aspettavo con ansia la loro visita all’oratorio; raccontavano storie emozionanti in paesaggi sconfinati, viaggi avventurosi in foreste impenetrabili, assalti di leoni e di tigri, riti tribali con stregoni che ostacolavano l’opera dei missionari. Il continente nero era divenuto un sogno di tante ore, fino a quando un giorno si è trasformato in realtà.

In Africa ho soprattutto conosciuto apostoli meravigliosi. Li ricordo tutti nel loro anonimo eroismo, vissuto giorno dopo giorno, anno dopo anno, in angoli dimenticati, nelle loro coraggiose e ignorate battaglie ai confini del mondo, nel sacrificio di vite che non fanno mai notizia o, quando la fanno, occupano poche distratte righe nei giornali. E tutto per amore di Cristo, per il quale donano la vita.

Negli anni scorsi ho avuto la possibilità di andare quattro volte in Africa, sempre in Camerun. Ho vissuto ogni viaggio con gruppi di giovani interessati a conoscere la realtà della missione, e in quel contesto abbiamo avuto la fortuna di girare e conoscere tanti missionari, con le loro opere, per le quali stavano forse spendendo le energie migliori della loro vita. I diversi incontri ci permettevano di immergerci nell’esperienza missionaria, facendoci gustare la complessità della realtà.

Bastano poche ore per capire che vivere lì significa rincorrere ogni giorno una speranza, e il più delle volte raccogliere una sconfitta. Lo dice la folla di persone ricoperte di stracci, seduta per terra con la sua povera mercanzia, una decina di agrumi e una manciata di legumi. Lo raccontano le piccole botteghe con gli scaffali vuoti che si susseguono senza interruzione, e il fiume di bambini, sempre in piena, che si spostano da un quartiere all’altro come storni di rondini. Tutti bellissimi, tutti a malapena ricoperti da un tentativo di abito, tutti attenti a scrutare il nazara (il bianco) nell’attesa di qualche caramella, ma anche felici soltanto di un saluto e di un sorriso. Te lo raccontano i visi e i corpi già sfioriti delle ragazze che, appena adolescenti, portano sulla schiena, avvolto in un telo, il loro neonato, e quelle più adulte che s’imbucano in capanne di terra. E ancora lo racconta la povertà primordiale, dignitosa, che ha qualcosa di sacro. Gli adulti seduti per terra che guardano la vita scorrere.

In tutto questo ho intuito la presenza di Dio, concretamente tangibile, forse anche più di quanto sia da noi. Perché vado in Africa? Per vocazione. Potrei fare tutte le riflessioni che voglio, ma se parto per la missione è perché il buon Dio, oggi come 15 anni fa, mi ha chiamato.

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