Preghiera, confidenza e sapienza: questi i tratti dell’atteggiamento posto al centro tematico del pellegrinaggio in Ucraina, evidenziati dall’Arcivescovo nella meditazione tenuta presso il convento dei Cappuccini. Contro le tentazioni che ostacolano l’ospitalità «vogliamo essere Chiesa che sa imparare dalle genti»

di Davide MILANI

Ismi Ucraina

Una mezza giornata di ritiro spirituale guidata dall’Arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini. La mattinata di mercoledì i 100 giovani preti della Diocesi di Milano in pellegrinaggio in Ucraina l’hanno trascorsa presso il convento dei Cappuccini, nella periferia di Kiev. Nella sua meditazione Delpini ha parlato di alcuni tratti dell’ospitalità, tema complessivo di questa esperienza, e di ciò che la può ostacolare.

Anzitutto la tentazione di vivere il ministero in modo contrario proprio allo stile del pellegrinaggio, ovvero essere dei vagabondi «come chi non abita da nessuna parte, non cerca la terra promessa ma vaga qua e là, accontentandosi di ripari provvisori. È tipico di chi ha sempre una scadenza pastorale da cui essere assorbiti o vive con frenesia le giornate…». Oppure, continua l’Arcivescovo, la tentazione del risentimento, «si pensa di aver diritto ai risultati e si rimane delusi quando non ci sono. Gesù è la via che porta alla vita, il pellegrino cristiano non è nella terra della desolazione, ma sperimenta l’amore del Signore».

Come fare, allora, per essere persone, preti, capaci di vera ospitalità? «Sentirci tutti in cammino, tutti pellegrini tutti invitati come ospiti presso Dio, tutti nelle condizioni di ospitare altri nella nostra tenda provvisoria che offre riparo nella traversata del deserto. Non siamo padroni di casa che vivono in un palazzo incrollabile, ma pellegrini riparati in una tenda, anche se le nostre istituzioni ci possono dare l’idea di solidità. Siamo pellegrini, viviamo la fragilità come condizione».

Quali i tratti dell’ospitalità? Per Delpini anzitutto la decisione di ospitare gli altri nella tenda della preghiera: «Le buone maniere, la buona educazione, l’amicizia, la vicinanza a chi soffre sono atteggiamenti buoni e preziosi, ma non sono ancora ospitalità. Non saremo mai noi a salvare gli altri, le persone in difficoltà. Occorre far diventare queste storie, queste persone ciò di cui parlo con Dio. L’esito di questo pregare è una condizione per aiutare a conoscere costoro alla luce di Dio, conoscendo gli altri come li conosce Dio. E cosi Dio ci illumina su cosa dire loro e cosa tacere».

Un prete può essere capace di ospitare gli altri nella tenda della confidenza: «Significa avere qualcosa da dire, ma non si tratta semplicemente preparare un bel discorso. Piuttosto ci è chiesto di essere la fontana del villaggio alla quale il viandante assetato attinge acqua fresca. Significa cercare risposta in quel mistero che ha dato risposta alle nostre domande e che può dare risposta anche agli altri».

Un’ultima tenda ha poi mostrato l’Arcivescovo ai giovani sacerdoti: quella della sapienza: «I racconti e la storia di questa terra complicata, la sua cultura ci rendono persuasi che ci viene domandata una sapienza più alta e una conoscenza più approfondita. Le persone che ospitiamo nelle nostre comunità hanno un patrimonio di esperienze e di domande che necessitano in noi un maggior approfondimento. Dobbiamo imparare ad approfondire, con il desiderio di sapere e la consapevolezza di come sia preziosa la sapienza. Forse la nostra cultura è un po’ troppo provinciale».

E c’è da imparare proprio dal Sinodo minore in corso in diocesi: «Vogliamo essere Chiesa che sa imparare dalle genti, che non riduce l’ospitalità al soccorso immediato, mettendo l’altro invece nella condizione di raccontare la sapienza che ci porta». Passaggi, quelli spiegati da monsignor Delpini, per «costruire una comunità di fratelli e sorelle e non una stazione di servizio dove si trova qualche genere di conforto. Così si potranno realizzare rapporti più intensi e stabili, edificando la fraternità. Come discepoli di Gesù, siamo chiamati a essere pietre vive di un edificio Santo».

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