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Anniversario

Casa della Carità di Lecco, il futuro nasce dalle relazioni

«I poveri sono poveri perché sono soli»: alla serata che ha celebrato i tre anni della struttura, questa la constatazione dell’Arcivescovo, che ha poi indicato quattro “parole d’ordine”: «Attenzione, accoglienza, solidarietà e rispetto». Il responsabile Luciano Gualzetti: «La nostra missione è dare speranza alle persone»

di Annamaria BRACCINI

21 Gennaio 2026
L'Arcivescovo incontra operatori e volontari (foto Andrea Cherchi)

«Attenzione, accoglienza, solidarietà e rispetto». Quattro parole d’ordine, a cui se ne potrebbe aggiungere una quinta – sussidiarietà -, per descrivere un luogo in cui il farsi prossimo è la realtà di ogni giorno, 365 giorni all’anno. Casa della Carità di Lecco, giunta al suo terzo “compleanno”, è questo. Prima di tutto una vera e propria casa – un tetto, un letto, un pasto caldo, vestiti puliti -, ma anche molto di più: la possibilità di ritrovare la propria dignità di persona. Per raccontare la Casa e stilare un bilancio di questi primi tre anni di vita, si sono ritrovati in tanti, a partire dall’Arcivescovo, che nel gennaio 2023 aveva inaugurato e benedetto la moderna e funzionale struttura nata dalla ristrutturazione del Centro Paolo VI in via San Nicolò – tra la Basilica e il nuovo oratorio -, su iniziativa della Caritas diocesana in collaborazione con la Comunità pastorale Madonna del Rosario.

Un momento della visita (foto Andrea Cherchi)

La realtà della Casa

Tra video, una visita ai locali nella quale l’Arcivescovo è stato accompagnato dal responsabile Luciano Gualzetti e dai volontari – in totale 250, che si aggiungono a una decina di operatori – e un momento di riflessione, si è articolata la serata, a cui hanno preso parte anche il sindaco Mauro Gattinoni (con alcuni assessori), il prefetto Paolo Giuseppe Ponta, la vicequestore, i massimi rappresentanti delle Fondazioni attive sul territorio e delle associazioni di categoria – Fondazione di Comunità, Camera di Commercio, industriali, artigiani, Confesercenti. Confcooperative -, i sacerdoti della zona, i due diaconi permanenti impegnati nella Casa (tra cui Roberto De Capitani, responsabile dei Servizi).

«In questi tre anni Casa della Carità, espressione della comunità ecclesiale, ha cercato di mantenere le promesse – ha spiegato Gualzetti -, aiutando le persone non solo in modo assistenziale, ma avviando percorsi per restituire dignità. Laddove la povertà continua a crescere e i bisogni diventano più complessi, è importante che il territorio collabori con la Casa. Uno degli scopi di oggi è farla conoscere pienamente. Siamo qui per ringraziare e rendicontare ciò che abbiamo fatto. E ci siamo posti il problema di definire meglio la nostra missione. Non siamo contenti se alla mensa le file sono lunghe o se il rifugio notturno è al completo: il nostro vero obiettivo è dare speranza alle persone, ai tanti invisibili che il nostro sguardo rischia di non cogliere più».

D’altra parte i “numeri”, che pure parlano molto chiaro e dicono bene di una tale attenzione integrale riservata ai più fragili. Più di 19 mila pasti l’anno, 6000 pernottamenti, 60 tonnellate di prodotti alimentari distribuiti attraverso l’Emporio della Solidarietà (che nel 2025, con 3500 spese, ha raggiunto 700 persone e 250 famiglie), il Centro d’ascolto con 1200 persone accolte, i servizi di guardaroba, la lavanderia, il deposito bagagli e le docce. Senza dimenticare lo studio medico, con 15 professionisti e personale sanitario volontari che forniscono una prima consulenza e indirizzano, se necessario, alle strutture del territorio: 300 le persone che ne hanno fruito lo scorso anno. E poi il ritrovo per gli anziani, ogni mercoledì pomeriggio, e le visite educative dedicate a giovani e scuole. 

L’intervento dell’Arcivescovo

Di gratitudine e ammirazione parla l’Arcivescovo, che prende la parola sottolineando una sorta di «inquietudine che mi accompagna, un cruccio, sul perché aumenti la povertà e sia sempre più complessa la situazione di tante persone. Perché questo? Non si trovano risposte, ma non sarebbe onesto censurare la realtà. I poveri sono poveri perché sono soli».

L’intervento di monsignor Delpini (foto Andrea Cherchi)

Da qui il richiamo a ciò che monsignor Delpini definisce «il tema radicale del nostro tempo: le relazioni, cioè il rapporto che i singoli hanno con il contesto in cui vivono, con le fragilità delle famiglie, con tutte le difficoltà psicologiche che questo porta con sé. Quando uno, magari, arriva da un altro Paese, qui non ha nessuno e si ritrova a dormire per strada, o quando chi esce dal carcere non sa dove andare».

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«Sotto casa mia – ha proseguito monsignor Delpini – ci sono i portici di piazza Duomo, c’è gente che dorme per strada, ma chissà quante case vuote e letti disponibili esistono a Milano. La mia riflessione è che dovremmo sentirci in debito della costruzione di relazioni, che non vuol dire un flusso indeterminato di offerte, ma edificare relazioni come stiamo facendo questa sera. Il tessuto di generosità e intraprendenza del Lecchese deve crescere nella qualità dei rapporti rendendo possibile camminare insieme. É questo l’impegno prioritario, rendendosi contro della dignità delle donne e degli uomini che devono sentirsi amati e stimolati a dare il meglio di sé, per una città che sia abitabile per tutti. Siamo chiamati a relazioni che non siano solo elemosina, ma una presa in carico. Quando il Signore dice “Amatevi come io vi ho amato”, non indica le iniziative, ma dice “Vi ho chiamato amici”. Continuate a fare comunità, a realizzare rapporti, a studiare, per questo, strade di integrazione con il territorio e le istituzioni».  

Un momento della serata (foto Andrea Cherchi)

Il futuro e l’autonomia possibile

Parole a cui ha fatto eco ancora Gualzetti, prima del momento conviviale vissuto con i presenti e gli ospiti, proprio a evidenziare la necessità di farsi conoscere, rendendo più fruttuoso il meccanismo di funzionamento della Casa e avviandosi verso una possibile autonomia da Caritas ambrosiana, soggetto giuridico a cui fa capo ora la struttura: «Il vero pericolo è andare avanti da soli, mentre noi vogliamo tracciare una rotta. Casa della Carità è uno spazio che vuole far crescere, nelle comunità cristiane e civili, la consapevolezza che la lotta alla povertà e l’impegno per una società più giusta e inclusiva sono compito non di specialisti, ma di ogni cittadino, di ogni soggetto intermedio, di ogni istituzione. Che il volontariato, per esempio, è intrinseco non solo alla vita sociale, ma a quella di fede».

Un’autosufficienza raggiungibile, per i responsabili di Casa della Carità di Lecco, con uno «studiato piano di azione verso gli stakeholder, una buona comunicazione, fundraising a lungo termine, il miglioramento organizzativo e funzionale, l’individuazione di uno strumento giuridico adeguato». Soprattutto a fronte delle sfide di sostenibilità che attualmente vedono un disavanzo di 250 mila euro, derivante da costi pari a 569 mila ed entrate di 319 mila, ora coperto da Caritas attraverso le donazioni dell’8×1000 (71% ), offerte varie (10%), contributi di Comune e Prefettura (17%), raccolta fondi (2%).

L’Arcivescovo con responsabili e operatori della struttura e alcune autorità (foto Andrea Cherchi)

Particolarmente significativo il breve dibattito conclusivo, con l’invito a conoscersi meglio, subito raccolto dai rappresentanti delle categorie presenti che hanno assicurato collaborazione, ciascuno nel rispettivo comparto, e la possibilità di illustrare le attività della Casa all’interno delle proprie associazioni. «Una risposta immediata che mi è piaciuta molto – ha detto infine il sindaco Gattinoni -, con tanti soggetti che si rendono disponibili. Noi ci siamo per una risposta corale e istituzionale per rendere possibile l’accesso anche a risorse e bandi».  

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