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Assistenza

Anziani, dalle Rsa di ispirazione cattolica un patrimonio di cura e attenzione

Degani (Uneba): «Tutela della salute, ma anche della vita di relazione». La sicurezza di ospiti e operatori al centro dell’impegno della Fondazione Don Gnocchi e della Fondazione Sacra Famiglia

di Annamaria BRACCINI

19 Luglio 2023
Una anziana ospite di una Rsa (foto Agenzia Fotogramma)

«La galassia di quelle che oggi chiamiamo Residenze Sanitarie Assistenziali è profondamente intrisa di mondo cattolico: pensiamo al genio preveggente di tanti sacerdoti fondatori, come don Gnocchi, don Pogliani, don Palazzolo… Un patrimonio storico a cui la società italiana deve molto».

Degani: «Saper leggere i bisogni»

Luca Degani, presidente dell’Uneba Lombardia (Unione Nazionale Istituzioni e Iniziative di Assistenza Sociale), parte da lontano, ma arriva subito al presente: «La capacità di essere incisivi come laici cristiani passa anche dal saper leggere l’evoluzione della popolazione della nostra regione, oggi per il 30% costituita da malati cronici che consumano il 70% delle risorse pubbliche disponibili. Un quarto della popolazione lombarda e italiana, ricordiamo, è ultra65enne. Da questo punto di vista, occorre andare al di là della presa in carico settoriale dell’anziano o del disabile. Questo attiene al rispetto della centralità della persona e del rapporto tra tutela della salute e tutela della relazione: concetti profondamente cristiani, che ispirano le nostre realtà». Prosegue Degani: «È necessaria una programmazione pubblica che decida di trasformare i percorsi di finanziamento, soprattutto gestionale, e di spesa corrente, rispetto a quella che è l’oggettiva situazione demografica. Siamo nel 2023 e abbiamo una modalità di finanziamento della sanità italiana che si basa ancora sulla legge istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale del 1978. Dobbiamo sentire l’obbligo morale di dire che occorre un privato sociale che, ancora prima di gestire servizi, si faccia carico della lettura del bisogno e della capacità di risposta».

Barbante: «In recupero dopo la pandemia»

Ma qual è, attualmente, la situazione delle grandi istituzioni cattoliche di assistenza? Ne parla don Enzo Barbante, presidente della Fondazione Don Gnocchi, che conta 25 grandi centri in Italia (di cui due Irccs) ed è attiva anche all’estero, per esempio a Kharkiv, in Ucraina, dove assiste circa 200 profughi: «Dopo la terribile esperienza del Covid siamo in pieno recupero. Nelle residenze per anziani accogliamo oltre 1000 persone nel contesto di Milano e nella Diocesi. A livello residenziale, in un anno assistiamo oltre 15 mila persone: siamo una delle realtà leader nel settore dell’assistenza domiciliare e della tele-riabilitazione». Senza dimenticare l’attenzione specifica alla sicurezza. «Da sempre siamo impegnati a tutelare sia gli ospiti, sia gli operatori. Ogni anno oltre 3.200.000 euro vengono investiti in opere di adeguamento e rinnovamento delle strutture, tese a garantire la sicurezza soprattutto in ambito antincendio. Un investimento che, anche in epoca pandemica, non è mai stato ridotto», conclude don Barbante.

Bove: «Distinguere anziani da disabili»

Parole cui fa eco don Marco Bove, presidente uscente della Fondazione Sacra Famiglia: «È evidente che la vicenda-Covid abbia avuto, per noi, un peso assai significativo, da due punti di vista: uno gestionale e l’altro dei costi. Negli ultimi due anni, poi, la carenza di personale ci ha spinto, come altre realtà, a cercare professionalità fuori dal Paese e anche dall’Ue. Adesso stiamo cercando di ripartire. Direi che una delle urgenze sia separare il mondo degli anziani da quello dei disabili. In tema di anziani, è emersa potentemente la sfida della domiciliarità. Su questo, già in tempi non sospetti, abbiamo avviato un grande lavoro di presenza con progetti di diverso tipo». E puntualizza: «Ma bisogna essere chiari. La domiciliarità non è la sostituzione delle Rsa, per cui in Italia permane comunque una carenza di posti-letto: occorre vederla come un continuum. E in tema di sicurezza vorrei anche ricordare un piccolo episodio pre-pandemia: qualche anno fa abbiamo rilevato un problema di piccola entità, ma abbiamo deciso di sostituire tutti i dispositivi di rilevazione dei fumi, anche quelli funzionanti, perché la sicurezza viene prima di tutto».

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