È l'auspicio espresso da monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso e delegato Cei alla Pastorale sociale e del Lavoro, nella serata promossa da Ac e Diocesi in vista della Settimana sociale dei cattolici italiani

di Maria Teresa ANTOGNAZZA
Redazione

Due parole, in particolare, sono riecheggiano mercoledì 22 settembre, nell’auditorium di San Carlo al Corso a Milano: reciprocità e speranza. Le ha ripetute con forza monsignor Giancarlo Bregantini, in una sala gremita e attenta. Arcivescovo di Campobasso e delegato Cei alla Pastorale sociale e del Lavoro, Bregantini ha accolto l’invito dell’Azione Cattolica Ambrosiana e del Settore per la Vita sociale della Diocesi di Milano a offrire ai laici una riflessione sul tema “Quale impegno possibile per i cattolici nel Sociale?”, in vista della Settimana sociale dei cattolici italiani in programma in ottobre a Reggio Calabria.
Con il sud nel cuore e nella testa, il vescovo di origine trentina, per 14 anni alla guida della Chiesa calabrese a Locri e dal 2007 in Molise, ha affrontato tematiche di grandissima attualità che riguardano da vicino la sua terra di adozione, e quindi, sottolinea, l’Italia intera. Ha puntato il dito contro chi provoca le «ferite» del Meridione: in primo luogo la mafia, da non considerare però un «problema dei terroni», perché così, lavandosene le mani, proprio il nord ha consentito che questo cancro risalisse tutta la penisola, mettendo radici nelle ricche terre settentrionali. «La mafia non si vince con un bravo vescovo e neppure con un sindaco coraggioso come Angelo Vassallo: si vince solo insieme, con tante coscienze intrecciate, come alberi piantati sui fianchi di una collina che sta scivolando e che grazie alle loro radici la trattengono».
Un legame del nord con il sud che si deve riscattare da una pura solidarietà, che tiene le distanze e lascia dietro di sé la dipendenza: «Deve esserci reciprocità, in un gioco di rispetto e non di occupazione». Bregantini chiede a un nord sviluppato di non limitarsi a custodire ciò che possiede, ma di aprirsi ai bisogni di un Meridione non ancora pienamente capace di valorizzare potenzialità e aiuti ricevuti in passato.
Ma è la speranza, alla fine, a fare da sfondo alla serata, come chiede lo stesso Bregantini, che invita i laici, a partire proprio da quelli dell’Ac, a farsi veri protagonisti del rinnovamento sociale auspicato per l’Italia, assumendo il coraggio di fondere fede e vita. Ricorda le recenti parole di Benedetto XVI in visita all’Inghilterra del cardinale Newman, ma ricorda soprattutto quell’omicidio che a Pollica suona come uno schiaffo a chi lotta per il riscatto sociale del sud. Il ricordo del sindaco recentemente ucciso dalla criminalità organizzata è accompagnato da un applauso della sala, e diviene l’occasione per prendere consapevolezza che i temi di cui si parla «non sono asettici, non sono uno scherzo, ma chiedono di mettere a rischio anche la vita».
Il vescovo «sentinella» della propria terra, come ha voluto definirsi Bregantini, termina indicando con chiarezza il compito delle Chiese del sud e dell’Italia: «Coltivare la speranza, intuendo che questo bisogno è presente nel cuore di tutti gli uomini e le donne». Due parole, in particolare, sono riecheggiano mercoledì 22 settembre, nell’auditorium di San Carlo al Corso a Milano: reciprocità e speranza. Le ha ripetute con forza monsignor Giancarlo Bregantini, in una sala gremita e attenta. Arcivescovo di Campobasso e delegato Cei alla Pastorale sociale e del Lavoro, Bregantini ha accolto l’invito dell’Azione Cattolica Ambrosiana e del Settore per la Vita sociale della Diocesi di Milano a offrire ai laici una riflessione sul tema “Quale impegno possibile per i cattolici nel Sociale?”, in vista della Settimana sociale dei cattolici italiani in programma in ottobre a Reggio Calabria.Con il sud nel cuore e nella testa, il vescovo di origine trentina, per 14 anni alla guida della Chiesa calabrese a Locri e dal 2007 in Molise, ha affrontato tematiche di grandissima attualità che riguardano da vicino la sua terra di adozione, e quindi, sottolinea, l’Italia intera. Ha puntato il dito contro chi provoca le «ferite» del Meridione: in primo luogo la mafia, da non considerare però un «problema dei terroni», perché così, lavandosene le mani, proprio il nord ha consentito che questo cancro risalisse tutta la penisola, mettendo radici nelle ricche terre settentrionali. «La mafia non si vince con un bravo vescovo e neppure con un sindaco coraggioso come Angelo Vassallo: si vince solo insieme, con tante coscienze intrecciate, come alberi piantati sui fianchi di una collina che sta scivolando e che grazie alle loro radici la trattengono».Un legame del nord con il sud che si deve riscattare da una pura solidarietà, che tiene le distanze e lascia dietro di sé la dipendenza: «Deve esserci reciprocità, in un gioco di rispetto e non di occupazione». Bregantini chiede a un nord sviluppato di non limitarsi a custodire ciò che possiede, ma di aprirsi ai bisogni di un Meridione non ancora pienamente capace di valorizzare potenzialità e aiuti ricevuti in passato.Ma è la speranza, alla fine, a fare da sfondo alla serata, come chiede lo stesso Bregantini, che invita i laici, a partire proprio da quelli dell’Ac, a farsi veri protagonisti del rinnovamento sociale auspicato per l’Italia, assumendo il coraggio di fondere fede e vita. Ricorda le recenti parole di Benedetto XVI in visita all’Inghilterra del cardinale Newman, ma ricorda soprattutto quell’omicidio che a Pollica suona come uno schiaffo a chi lotta per il riscatto sociale del sud. Il ricordo del sindaco recentemente ucciso dalla criminalità organizzata è accompagnato da un applauso della sala, e diviene l’occasione per prendere consapevolezza che i temi di cui si parla «non sono asettici, non sono uno scherzo, ma chiedono di mettere a rischio anche la vita».Il vescovo «sentinella» della propria terra, come ha voluto definirsi Bregantini, termina indicando con chiarezza il compito delle Chiese del sud e dell’Italia: «Coltivare la speranza, intuendo che questo bisogno è presente nel cuore di tutti gli uomini e le donne».

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