di Paolo SARTOR Responsabile Servizio per il catecumenato Diocesi di Milano
Redazione

Nel centro di Milano, la mattina di Pasqua è deserta. Poca gente, se non in chiesa, dove qualcuno finisce per convergere, per le vie della città, almeno fino al pomeriggio. In queste occasioni si capisce che il cuore geografico delle metropoli è sempre meno centrale per le nostre esistenze. Ci si viene per lavoro, per l’università, per uno spettacolo la sera; ma la vita vera è altrove. E allora chi ne ha la possibilità prende famiglia e bambini e se ne va fuori, al mare o in montagna, dagli zii, magari all’estero. C’è bisogno di andarsene via per ritrovarsi, per stare insieme, per condividere i sentimenti, per recuperare il cuore, il senso, il centro.
È la rivincita delle periferie, dove le persone non mancano, si ritrova il sapore di una comunità, le stesse celebrazioni sanno meno di forzato. Anche in certi paesi delle nostre province la vita si svolge ancora in loco, anche se spostata verso i parchi, i piazzali dei centri commerciali, le palestre… Basti pensare a certi quartieri sorti come funghi vicino alle stazioni del metrò: in questi giorni finalmente gremiti anche di giorno, ma con le spalle voltate rispetto ai paesi di cui sono satelliti.
Al centro della vita di chi ci ha preceduto – come al cuore delle città e dei paesi costruiti anni e anni fa – si sapeva bene che cosa vi fosse. E il Comune, la scuola, la chiesa e il campanile posti nella piazza centrale rappresentavano una comunità, prima ancora di ospitare alcune funzioni sociali e religiose. Non è solo una questione di urbanistica, ma di visione di vita, di collocazione personale, di progetto. Questi fenomeni di migrazione vacanziera ci chiedono che cosa stia al cuore delle nostre vite e cosa alla periferia; che cosa vogliamo sia vivo in noi, e cosa lasciamo cadere come un ramo secco.
La Pasqua di Cristo ha una pretesa: vuole essere al centro, non alla periferia; virgulto promettente e non ramo rinsecchito. Come sono promettenti le vicende personali degli uomini e delle donne che anche quest’anno sono passate dalle tenebre alla luce grazie ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. E come sono promettenti le celebrazioni delle nostre comunità, i canti dei bambini, le riunioni familiari, la solidarietà al povero e al malato, le passeggiate, le risate, gli sguardi, le mani tese, i sorrisi aperti. Anche in questo modo si può essere “pietre vive” di una comunità cristiana e autenticamente umana, oggi.
Ovunque ci siamo trovati a vivere le celebrazioni pasquali, il mistero della morte e della risurrezione di Gesù ha donato a ciascuno di noi un cuore e un senso, salvandoci dalla dispersione interiore e riconducendoci a ciò che vale davvero nella fede e nella vita. Nel centro di Milano, la mattina di Pasqua è deserta. Poca gente, se non in chiesa, dove qualcuno finisce per convergere, per le vie della città, almeno fino al pomeriggio. In queste occasioni si capisce che il cuore geografico delle metropoli è sempre meno centrale per le nostre esistenze. Ci si viene per lavoro, per l’università, per uno spettacolo la sera; ma la vita vera è altrove. E allora chi ne ha la possibilità prende famiglia e bambini e se ne va fuori, al mare o in montagna, dagli zii, magari all’estero. C’è bisogno di andarsene via per ritrovarsi, per stare insieme, per condividere i sentimenti, per recuperare il cuore, il senso, il centro.È la rivincita delle periferie, dove le persone non mancano, si ritrova il sapore di una comunità, le stesse celebrazioni sanno meno di forzato. Anche in certi paesi delle nostre province la vita si svolge ancora in loco, anche se spostata verso i parchi, i piazzali dei centri commerciali, le palestre… Basti pensare a certi quartieri sorti come funghi vicino alle stazioni del metrò: in questi giorni finalmente gremiti anche di giorno, ma con le spalle voltate rispetto ai paesi di cui sono satelliti.Al centro della vita di chi ci ha preceduto – come al cuore delle città e dei paesi costruiti anni e anni fa – si sapeva bene che cosa vi fosse. E il Comune, la scuola, la chiesa e il campanile posti nella piazza centrale rappresentavano una comunità, prima ancora di ospitare alcune funzioni sociali e religiose. Non è solo una questione di urbanistica, ma di visione di vita, di collocazione personale, di progetto. Questi fenomeni di migrazione vacanziera ci chiedono che cosa stia al cuore delle nostre vite e cosa alla periferia; che cosa vogliamo sia vivo in noi, e cosa lasciamo cadere come un ramo secco.La Pasqua di Cristo ha una pretesa: vuole essere al centro, non alla periferia; virgulto promettente e non ramo rinsecchito. Come sono promettenti le vicende personali degli uomini e delle donne che anche quest’anno sono passate dalle tenebre alla luce grazie ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. E come sono promettenti le celebrazioni delle nostre comunità, i canti dei bambini, le riunioni familiari, la solidarietà al povero e al malato, le passeggiate, le risate, gli sguardi, le mani tese, i sorrisi aperti. Anche in questo modo si può essere “pietre vive” di una comunità cristiana e autenticamente umana, oggi.Ovunque ci siamo trovati a vivere le celebrazioni pasquali, il mistero della morte e della risurrezione di Gesù ha donato a ciascuno di noi un cuore e un senso, salvandoci dalla dispersione interiore e riconducendoci a ciò che vale davvero nella fede e nella vita.

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