Don Piero Cecchi, parroco di San Giovanni Crisostomo: «Di fronte alle esigenze di preghiera dei musulmani mi è sempre sembrato giusto concedere il campo sportivo. Quest'anno ci ha pensato il Comune»

di Stefania CECCHETTI
Redazione

La preghiera durante il Ramadan in una parrocchia? Perché no? Può capitare nella multietnica via Padova, a San Giovanni Crisostomo, dove è parroco don Piero Cecchi, che dopo i drammatici avvenimenti dello scorso febbraio siamo abituati a vedere spesso intervistato sui giornali.
«Cerchiamo di chiarire le cose – esordisce don Piero -. Durante il Ramadan gli islamici hanno bisogno di grandi spazi per la preghiera comunitaria e la moschea di via Padova, che tiene al massimo trecento persone, è insufficiente a soddisfare l’esigenza degli abitanti del quartiere. Di fronte alle richieste del Centro islamico di uno spazio adeguato, la mia posizione è sempre stata quella di indirizzarli in prima battuta alle istituzioni civili. Dopo tutto è la stessa Costituzione italiana che, all’articolo 19, sancisce la libertà di culto. Solo nel caso di indisponibilità del Comune, per questioni di “buon vicinato”, mi è sempre sembrato giusto concedere il campo sportivo della parrocchia. Ovviamente se questo era libero dalle nostre attività».
Quest’anno il Comune ha detto sì, concedendo al Centro islamico di via Padova un campo all’aperto del Centro sportivo Cambini-Fossati, guarda caso proprio adiacente alla parrocchia. «È la prima volta che Milanosport (società a cui fa capo il centro Cambini, ndr) concede uno spazio aperto nel mese di agosto – spiega don Cecchi -. Più frequentemente viene concessa una delle palestre coperte, durante l’anno. Di solito in estate venivano da noi».
Come vivono i parrocchiani la disponibilità ad accogliere fedeli di un’altra religione? «Devo dire che in Consiglio pastorale, salvo qualche sotterranea fatica, tutti condividono la linea di apertura della parrocchia – risponde don Piero -. Abitando in una zona a forte presenza di stranieri, crediamo sia doveroso cooperare con tutti, di qualunque fede ed etnia siano, per il bene sociale e civile del quartiere. Certo, ci sono delle resistenze, motivate dal fatto che il fenomeno dell’immigrazione ci ha colti tutti impreparati. L’Italia non aveva le colonie come la Francia, per noi è stato tutto nuovo e improvviso». Parola di un milanese doc, figlio di una medaglia al valore civile per l’impegno durante i bombardamenti del 1943. La preghiera durante il Ramadan in una parrocchia? Perché no? Può capitare nella multietnica via Padova, a San Giovanni Crisostomo, dove è parroco don Piero Cecchi, che dopo i drammatici avvenimenti dello scorso febbraio siamo abituati a vedere spesso intervistato sui giornali.«Cerchiamo di chiarire le cose – esordisce don Piero -. Durante il Ramadan gli islamici hanno bisogno di grandi spazi per la preghiera comunitaria e la moschea di via Padova, che tiene al massimo trecento persone, è insufficiente a soddisfare l’esigenza degli abitanti del quartiere. Di fronte alle richieste del Centro islamico di uno spazio adeguato, la mia posizione è sempre stata quella di indirizzarli in prima battuta alle istituzioni civili. Dopo tutto è la stessa Costituzione italiana che, all’articolo 19, sancisce la libertà di culto. Solo nel caso di indisponibilità del Comune, per questioni di “buon vicinato”, mi è sempre sembrato giusto concedere il campo sportivo della parrocchia. Ovviamente se questo era libero dalle nostre attività».Quest’anno il Comune ha detto sì, concedendo al Centro islamico di via Padova un campo all’aperto del Centro sportivo Cambini-Fossati, guarda caso proprio adiacente alla parrocchia. «È la prima volta che Milanosport (società a cui fa capo il centro Cambini, ndr) concede uno spazio aperto nel mese di agosto – spiega don Cecchi -. Più frequentemente viene concessa una delle palestre coperte, durante l’anno. Di solito in estate venivano da noi».Come vivono i parrocchiani la disponibilità ad accogliere fedeli di un’altra religione? «Devo dire che in Consiglio pastorale, salvo qualche sotterranea fatica, tutti condividono la linea di apertura della parrocchia – risponde don Piero -. Abitando in una zona a forte presenza di stranieri, crediamo sia doveroso cooperare con tutti, di qualunque fede ed etnia siano, per il bene sociale e civile del quartiere. Certo, ci sono delle resistenze, motivate dal fatto che il fenomeno dell’immigrazione ci ha colti tutti impreparati. L’Italia non aveva le colonie come la Francia, per noi è stato tutto nuovo e improvviso». Parola di un milanese doc, figlio di una medaglia al valore civile per l’impegno durante i bombardamenti del 1943.

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