Come i due discepoli del racconto evangelico, anche noi siamo spesso preda della sfiducia e della rassegnazione, fino all'incontro che ci ridona speranza...

di Giuseppe GRAMPA
Redazione

«Se dovessi lasciare l’intero Evangelo per una sola scena che tutto lo raccolga,non avrei alcuna esitazione e sceglierei la pagina dei discepoli di Emmaus»: così scriveva Jean Guitton, il pensatore francese amico di Paolo VI nel suo Gesù, pubblicato nel 1956. Anch’io farei questa scelta, anzi aggiungo quasi una confidenza: quando arriverà la mia ultima ora, vorrei che ad accompagnarmi possano essere proprio le parole di questa pagina.
La strada di Emmaus, al calar della sera, quando ormai fa buio, è la strada di due delusi, sfiduciati, rassegnati. «Abbiamo sperato in Gesù – dicono -, ma ormai tutto è finito». Due discepoli entusiasmatisi per Gesù, che l’avevano seguito lasciando il loro villaggio, ormai si rassegnano. Tutto è finito: Gesù è chiuso nel sepolcro e con lui sono finite tutte le speranze. Lasciando Gerusalemme in quel tramonto del primo giorno dopo il sabato, forse i due ricordano quando Gesù li aveva inviati, a due a due, perché andassero a portare l’annuncio della buona notizia, l’evangelo. Quanto entusiasmo in quella partenza! Ora invece il loro andare è carico di amarezza.
Forse anche noi abbiamo avuto ore buie, segnate dalla sfiducia, dalla disperazione… Una malattia, una grave delusione, una morte possono farci dire: abbiamo sperato nel Signore, ma ormai tutto è finito, anche la mia fede in lui è morta. Quanto ci somigliano i due di Emmaus! Conosciamo il nome di uno di loro, Cleofa: potrebbe essere davvero il protettore dei delusi, dei disperati.
Scrive Francois Mauriac nella sua Vita di Gesù: «A chi di noi l’albergo di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Noi seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli».
Ma sulla strada sempre più invasa dall’oscurità, c’è uno sconosciuto viandante che ci affianca e fa strada con noi. Ancora una volta è Gesù che viene a cercare e a salvare chi, sfiduciato, fa ritorno al passato. L’iniziativa è sempre di Dio: è lui che fa il primo passo, è lui che viene continuamente a cercare. L’aveva detto: «Sono venuto perché niente e nessuno vada perduto». Anche nelle ore più buie della vita non deve mai abbandonarci la certezza che Gesù è sempre colui che cerca e salva chi si è smarrito.
Anche in questo la via di Emmaus somiglia alla nostra vita. La compagnia di Gesù, anche se non riconosciuto, ridona lentamente fiducia. Quanta gente cammina, cioè vive, senza riconoscere il Signore che fa strada con loro. Ma il loro andare non è senza la compagnia del Signore. E sulla via di Emmaus ecco il primo miracolo: è la parola che apre l’intelligenza e aiuta a capire il groviglio dell’esistenza, soprattutto il nodo oscuro della sofferenza e della morte.
Al termine del loro cammino i due discepoli riconosceranno: «Non ci ardeva il cuore nel petto quando lungo la strada conversava con noi e con la sua parola ci aiutava a capire?». Forse anche noi abbiamo potuto gustare il miracolo di pace e di serenità che ci dona la presenza di un amico che ci sta accanto, la forte sicurezza di una mano amica che stringe la nostra in un’ora di sofferenza e di solitudine. Così è anche la compagnia della fede.
E da quei cuori invasi dalla sfiducia e dall’amarezza, ecco sgorgare il secondo miracolo. Una preghiera, un’accorata e dolcissima invocazione: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno declina». È la prima preghiera che dai discepoli sale al Signore risorto. Una preghiera da ricordare per le ore buie e difficili della nostra vita.
Poi, nel calore della casa, il gesto umanissimo dello spezzare il pane rivela la misteriosa presenza del Signore. E Giovanni Papini, nella sua Storia di Cristo, così descrive questo riconoscimento: «Al viso non l’avevan saputo riconoscere e neanche alle parole, che pure somigliavan tanto alle parole di quando era vivo; non l’avevan conosciuto neanche al lume delle pupille, mentre parlava, né al suono della voce. Ma bastò che prendesse nelle mani quel pane, come un padre che lo partisce ai figlioli, la sera, dopo una giornata di fatica o di viaggio, e in quell’atto amoroso, che tante volte gli avevano visto fare nelle cene improvvisate e famigliari, avevano scoperto, alla fine, le sue mani, le sue mani benedicenti e ferite, e la caligine si squarciò e si trovaron faccia a faccia collo splendore del Risuscitato».
Questo gesto non è solo quello conviviale del prendere insieme il pasto: questo gesto è indicato con le stesse parole usate nell’Ultima Cena, quando il Signore non solo divise il pane, ma donò se stesso, per sempre. A Emmaus Gesù dona ancora se stesso, come in ogni Eucaristia.
La pagina di Emmaus non è solo parabola della condizione di ognuno di noi, che dalla sfiducia viene alla speranza: questa pagina ci svela il volto della Chiesa, comunità di discepoli. Attraverso la sua parola e il gesto dello spezzare il pane, i discepoli hanno la certezza della presenza del Signore. Questa è la consolante certezza che la Chiesa è chiamata a offrire al mondo: il Signore Gesù incrocia la nostra strada, non ci abbandona mai a noi stessi e alle nostre disperazioni, ma nella parola e nel Pane rivela la sua misteriosa presenza.
Ma la pagina di Emmaus ci riserva un ultimo, prezioso messaggio. Appena riconosciuto il Signore nell’ignoto compagno di viaggio, senza indugio i due lasciano il pane appena spezzato, la cena non ancora consumata e tornano a Gerusalemme per dire agli altri discepoli: il Signore è vivente, noi l’abbiamo incontrato. Anche se l’ora è tarda, la strada buia e lunga, non si può non tornare per comunicare la grande e buona notizia: l’uomo della croce è risorto, è vivente.
Temo, con questa maldestra parafrasi, d’avere offuscato lo stupore di questa pagina. Ho tentato solo di dire come la via di Emmaus è la nostra via, strada di ogni giorno, strada di gente talora sfiduciata e disperata. Ma accanto a noi cammina il Signore, la sua compagnia e la sua parola riscaldano il cuore, fanno rinascere speranza fino ad aprire le nostre labbra alla preghiera. «Se dovessi lasciare l’intero Evangelo per una sola scena che tutto lo raccolga,non avrei alcuna esitazione e sceglierei la pagina dei discepoli di Emmaus»: così scriveva Jean Guitton, il pensatore francese amico di Paolo VI nel suo Gesù, pubblicato nel 1956. Anch’io farei questa scelta, anzi aggiungo quasi una confidenza: quando arriverà la mia ultima ora, vorrei che ad accompagnarmi possano essere proprio le parole di questa pagina.La strada di Emmaus, al calar della sera, quando ormai fa buio, è la strada di due delusi, sfiduciati, rassegnati. «Abbiamo sperato in Gesù – dicono -, ma ormai tutto è finito». Due discepoli entusiasmatisi per Gesù, che l’avevano seguito lasciando il loro villaggio, ormai si rassegnano. Tutto è finito: Gesù è chiuso nel sepolcro e con lui sono finite tutte le speranze. Lasciando Gerusalemme in quel tramonto del primo giorno dopo il sabato, forse i due ricordano quando Gesù li aveva inviati, a due a due, perché andassero a portare l’annuncio della buona notizia, l’evangelo. Quanto entusiasmo in quella partenza! Ora invece il loro andare è carico di amarezza.Forse anche noi abbiamo avuto ore buie, segnate dalla sfiducia, dalla disperazione… Una malattia, una grave delusione, una morte possono farci dire: abbiamo sperato nel Signore, ma ormai tutto è finito, anche la mia fede in lui è morta. Quanto ci somigliano i due di Emmaus! Conosciamo il nome di uno di loro, Cleofa: potrebbe essere davvero il protettore dei delusi, dei disperati.Scrive Francois Mauriac nella sua Vita di Gesù: «A chi di noi l’albergo di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Noi seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli».Ma sulla strada sempre più invasa dall’oscurità, c’è uno sconosciuto viandante che ci affianca e fa strada con noi. Ancora una volta è Gesù che viene a cercare e a salvare chi, sfiduciato, fa ritorno al passato. L’iniziativa è sempre di Dio: è lui che fa il primo passo, è lui che viene continuamente a cercare. L’aveva detto: «Sono venuto perché niente e nessuno vada perduto». Anche nelle ore più buie della vita non deve mai abbandonarci la certezza che Gesù è sempre colui che cerca e salva chi si è smarrito.Anche in questo la via di Emmaus somiglia alla nostra vita. La compagnia di Gesù, anche se non riconosciuto, ridona lentamente fiducia. Quanta gente cammina, cioè vive, senza riconoscere il Signore che fa strada con loro. Ma il loro andare non è senza la compagnia del Signore. E sulla via di Emmaus ecco il primo miracolo: è la parola che apre l’intelligenza e aiuta a capire il groviglio dell’esistenza, soprattutto il nodo oscuro della sofferenza e della morte.Al termine del loro cammino i due discepoli riconosceranno: «Non ci ardeva il cuore nel petto quando lungo la strada conversava con noi e con la sua parola ci aiutava a capire?». Forse anche noi abbiamo potuto gustare il miracolo di pace e di serenità che ci dona la presenza di un amico che ci sta accanto, la forte sicurezza di una mano amica che stringe la nostra in un’ora di sofferenza e di solitudine. Così è anche la compagnia della fede.E da quei cuori invasi dalla sfiducia e dall’amarezza, ecco sgorgare il secondo miracolo. Una preghiera, un’accorata e dolcissima invocazione: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno declina». È la prima preghiera che dai discepoli sale al Signore risorto. Una preghiera da ricordare per le ore buie e difficili della nostra vita.Poi, nel calore della casa, il gesto umanissimo dello spezzare il pane rivela la misteriosa presenza del Signore. E Giovanni Papini, nella sua Storia di Cristo, così descrive questo riconoscimento: «Al viso non l’avevan saputo riconoscere e neanche alle parole, che pure somigliavan tanto alle parole di quando era vivo; non l’avevan conosciuto neanche al lume delle pupille, mentre parlava, né al suono della voce. Ma bastò che prendesse nelle mani quel pane, come un padre che lo partisce ai figlioli, la sera, dopo una giornata di fatica o di viaggio, e in quell’atto amoroso, che tante volte gli avevano visto fare nelle cene improvvisate e famigliari, avevano scoperto, alla fine, le sue mani, le sue mani benedicenti e ferite, e la caligine si squarciò e si trovaron faccia a faccia collo splendore del Risuscitato».Questo gesto non è solo quello conviviale del prendere insieme il pasto: questo gesto è indicato con le stesse parole usate nell’Ultima Cena, quando il Signore non solo divise il pane, ma donò se stesso, per sempre. A Emmaus Gesù dona ancora se stesso, come in ogni Eucaristia.La pagina di Emmaus non è solo parabola della condizione di ognuno di noi, che dalla sfiducia viene alla speranza: questa pagina ci svela il volto della Chiesa, comunità di discepoli. Attraverso la sua parola e il gesto dello spezzare il pane, i discepoli hanno la certezza della presenza del Signore. Questa è la consolante certezza che la Chiesa è chiamata a offrire al mondo: il Signore Gesù incrocia la nostra strada, non ci abbandona mai a noi stessi e alle nostre disperazioni, ma nella parola e nel Pane rivela la sua misteriosa presenza.Ma la pagina di Emmaus ci riserva un ultimo, prezioso messaggio. Appena riconosciuto il Signore nell’ignoto compagno di viaggio, senza indugio i due lasciano il pane appena spezzato, la cena non ancora consumata e tornano a Gerusalemme per dire agli altri discepoli: il Signore è vivente, noi l’abbiamo incontrato. Anche se l’ora è tarda, la strada buia e lunga, non si può non tornare per comunicare la grande e buona notizia: l’uomo della croce è risorto, è vivente.Temo, con questa maldestra parafrasi, d’avere offuscato lo stupore di questa pagina. Ho tentato solo di dire come la via di Emmaus è la nostra via, strada di ogni giorno, strada di gente talora sfiduciata e disperata. Ma accanto a noi cammina il Signore, la sua compagnia e la sua parola riscaldano il cuore, fanno rinascere speranza fino ad aprire le nostre labbra alla preghiera.

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