Con un convegno all'Università Cattolica di Milano festeggiati i 350 anni di carità e missione


Redazione

In un’Aula Magna gremita di vincenziani provenienti da tutta la Lombarda, si è svolto sabato scorso il convegno “Da san Vincenzo e santa Luisa del Marillac alla famiglia vincenziana: 350 anni di carità e missione”. L’iniziativa era promossa da cinque rami della famiglia vincenziana lombarda: i Gruppi di volontariato vincenziano, la Società di san Vincenzo De Paoli, le Figlie della Carità, le Suore della carità di Santa Giovanna Antida Thouret e i Padri della Missione. Nella mattinata sono state presentate le figure dei fondatori, mentre il pomeriggio era interamente dedicato alle attività vincenziane. Con dati alla mano sono state presentate le attività svolte dalle associazioni in risposta ai bisogni emersi dall’analisi delle povertà.
Oltre alle testimoinianze di alcuni operatori, sono stati descritti i servizi e le opere vincenziani tradizionali: dalla visita domiciliare ai centri di ascolto, dalle minestre dei poveri alle mense di solidarietà… Non sono mancati anche gli aiuti alle persone, soprattutto immigrati e mamme sole, in condizioni di grave emarginazione. Qualche risposta concreta i vincenziani l’hanno data anche nei confronti di chi – di fronte alla crisi economica – si è trovato in difficoltà abitativa.
Buona la partecipazione al convegno durante il quale si è parlato anche del ruolo dei laici «importantissimo nell’attività caritativa della Chiesa», che «Vincenzo e Luisa intuirono chiaramente nel loro tempo» e che il Magistero «ha sancito autorevolmente nel Concilio Vaticano II». In 350 anni di storia la famiglia vincenziana ha dato una grande testimonianza.
«I poveri sono il cuore della comunità cristiana, la cui fede si misura proprio dall’attenzione a loro». Ancora una volta i vincenziani hanno ripetuto che “i poveri li avremo sempre con noi” (Mc 14,7), «ma non è detto che sempre saranno al centro dell’attenzione della Chiesa e della società civile», per questo «è compito nostro fare in modo che ciò avvenga». Nella comunità cristiana occorre quindi «lavorare insieme: san Vincenzo ha unito in un unico scopo l’azione di ricchi e poveri, uomini e donne, membri del clero e laici. In tal modo, ha creato legami e stabilito ponti tra le classi sociali, a servizio dei poveri». Oggi questa volontà di lavorare insieme «deve allargarsi ben oltre la famiglia vincenziana, per raggiungere tutte le istituzioni civili ed ecclesiali del territorio».
«Oggi siamo coscienti che il peccato non è solo individuale, ma anche sociale e strutturale», come diceva Giovanni Paolo II in Sollicitudo rei socialis. E «come vincenziani saremo profetici nella misura in cui sapremo essere promotori di una cultura della solidarietà o di una nuova civiltà dell’amore (Paolo VI)».
I fatti e le testimonianze ascoltate al convegno confermano che i vincenziani portano un messaggio di speranza nel nostro tempo. In un’Aula Magna gremita di vincenziani provenienti da tutta la Lombarda, si è svolto sabato scorso il convegno “Da san Vincenzo e santa Luisa del Marillac alla famiglia vincenziana: 350 anni di carità e missione”. L’iniziativa era promossa da cinque rami della famiglia vincenziana lombarda: i Gruppi di volontariato vincenziano, la Società di san Vincenzo De Paoli, le Figlie della Carità, le Suore della carità di Santa Giovanna Antida Thouret e i Padri della Missione. Nella mattinata sono state presentate le figure dei fondatori, mentre il pomeriggio era interamente dedicato alle attività vincenziane. Con dati alla mano sono state presentate le attività svolte dalle associazioni in risposta ai bisogni emersi dall’analisi delle povertà.Oltre alle testimoinianze di alcuni operatori, sono stati descritti i servizi e le opere vincenziani tradizionali: dalla visita domiciliare ai centri di ascolto, dalle minestre dei poveri alle mense di solidarietà… Non sono mancati anche gli aiuti alle persone, soprattutto immigrati e mamme sole, in condizioni di grave emarginazione. Qualche risposta concreta i vincenziani l’hanno data anche nei confronti di chi – di fronte alla crisi economica – si è trovato in difficoltà abitativa.Buona la partecipazione al convegno durante il quale si è parlato anche del ruolo dei laici «importantissimo nell’attività caritativa della Chiesa», che «Vincenzo e Luisa intuirono chiaramente nel loro tempo» e che il Magistero «ha sancito autorevolmente nel Concilio Vaticano II». In 350 anni di storia la famiglia vincenziana ha dato una grande testimonianza.«I poveri sono il cuore della comunità cristiana, la cui fede si misura proprio dall’attenzione a loro». Ancora una volta i vincenziani hanno ripetuto che “i poveri li avremo sempre con noi” (Mc 14,7), «ma non è detto che sempre saranno al centro dell’attenzione della Chiesa e della società civile», per questo «è compito nostro fare in modo che ciò avvenga». Nella comunità cristiana occorre quindi «lavorare insieme: san Vincenzo ha unito in un unico scopo l’azione di ricchi e poveri, uomini e donne, membri del clero e laici. In tal modo, ha creato legami e stabilito ponti tra le classi sociali, a servizio dei poveri». Oggi questa volontà di lavorare insieme «deve allargarsi ben oltre la famiglia vincenziana, per raggiungere tutte le istituzioni civili ed ecclesiali del territorio».«Oggi siamo coscienti che il peccato non è solo individuale, ma anche sociale e strutturale», come diceva Giovanni Paolo II in Sollicitudo rei socialis. E «come vincenziani saremo profetici nella misura in cui sapremo essere promotori di una cultura della solidarietà o di una nuova civiltà dell’amore (Paolo VI)».I fatti e le testimonianze ascoltate al convegno confermano che i vincenziani portano un messaggio di speranza nel nostro tempo.

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