Pensieri per la 47a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

di Cristiana DOBNER
Redazione

Chi ama la vela e percorrere il mare, sa bene come i tre famosi filetti si devono scorgere ben allineati e uniti, ma anche che solo il vento la gonfia, altrimenti subentra un beccheggiare che mantiene immobile lo scafo e costringe a una lunga attesa. In questa traversata della nostra vita che, oggi, si manifesta burrascosa e insidiata da marosi, troppo spesso organizzati e programmati, la rotta la indica Benedetto XVI e imprime alla Giornata delle vocazioni i suoi tre filetti che possono raccogliere il Soffio e inarcare la vela.
Indubbiamente c’è chi irride alla parola “vocazione” e la considera vocabolo polveroso e sorpassato o, quanto meno, sorride all’ingenuità di chi si avverte “chiamato”. Poco male o forse molto bene, perché costringe a chiarezza cristallina che nulla conceda all’approssimazione, in quella sovrana gratuità del Padre. La persona umana è chiamata da Dio alla vita, alla traversata che conduce alla meta del Volto di Dio, malgrado tutte le suggestioni e le proposte fasulle che ci bersagliano ogni giorno e ci attanagliano solo a quanto poi si rivela caduco ed effimero.
Come scegliere la propria rotta? Come comprendere chi siamo e chi Dio vuole si divenga? Per la sua gloria, per la sua lode e per la salvezza di tutta l’umanità? Non tutti sono lupi di mare e si trovano a loro agio fra sonar e scandagli, ma tutti hanno una coscienza che può aprirsi alla relazione con Dio: a questo tutti siamo chiamati. A questa scoperta interiore, non soffocata dai rifiuti di un’esistenza godereccia o dissipata o, peggio, sprecata.
Nei diversi doni e nei molteplici talenti, esiste una radice ineludibile che si biforca: lodo Dio e servo i fratelli e le sorelle, da solo, oppure lodiamo Dio e serviamo i fratelli e le sorelle, noi due nel vincolo del matrimonio. Entrambi, però, in Dio e con Dio. La chiamata si innesta qui precisamente e la risposta, sia l’una o l’altra, palesa l’incontro persona a Persona, dimostra il senso della vita, costruisce la sua rotta, giorno dopo giorno.
Tutti ci guardiamo, tutti volgiamo lo sguardo ai nostri antenati, ai nostri padri nella fede, ma puntiamo soprattutto gli occhi sui nostri contemporanei e vogliamo assicurarci che, nel loro veleggiare, ci sia destrezza e gioia. Vogliamo testimoni di dono felice. Nulla di astratto o soltanto una cascata parolaia di suoni, vogliamo fatti concreti, esperienze vissute, volti che ispirino fiducia. Solo il contagio vale, chi è appassionato e lascia condurre la propria vela dal Soffio, a sua volta, incita e sostiene, comunica “la propria gioia al fratello”. Non presenta progetti, piani, riunioni o congressi, offre un Volto riconosciuto e amato, da cui sa di essere amato e che trasfigura ogni burrasca e la vince perché Egli, anche se dorme e riposa su di un cuscino, domina i venti contrari.
Filetto primo. L’incontro matura e cresce, da scintilla diventa fuoco ardente, chi avverte la vocazione alla consacrazione, momento dopo momento, sa di vivere non solo insieme al Grande Amico, il Fedele, ma nell’Amico, nel Fedele, nell’apertura alla Parola, nel dimorare nell’ascolto che lega l’Amico all’amico. Insieme e non soli e abbandonati ai flutti, la via del mare allora diventa quella lieve increspatura che muove lo scafo e fa volgere lo sguardo alla vela che si abbandona e porta con quel Soffio, leggero, ma costante e sicuro, che consente un’andatura spedita.
Filetto secondo. La vela è gonfia, il Soffio la colma, ma prova a stenderti e sonnecchiare, la deriva è assicurata. Il dono ricevuto è ricevuto, ma chiede di spendersi, di non essere trattenuto, di trovare sempre e costantemente nuove invenzioni di soccorso, di aiuto, di oblio di sé. L’uscire da se stessi, dal proprio egoismo, dal proprio tornaconto, non è facile perché, in un modo o nell’altro, richiede il perire, il cedersi, senza risultati, spesso senza esiti che gratifichino. In altre parole: il Crocifisso che diventa Amico perché il sacerdote sia “il compagno di viaggio di tanti fratelli”.
Filetto terzo. Le bordate attualmente sono pesanti e continue, stanno imperversando sul ponte e, spazzando, fanno saltare in aria le scorie: preti pedofili accertati o preti calunniati. Un grande dolore per chi guarda al prete come a colui che ha ricevuto un grande dono; un grande ammonimento, però, a tenere gli occhi aperti: non ci sono solo bordate, siamo contornati da preti santi e puliti, da preti che si donano senza suscitare clamore intorno a sé, che vivono la loro gioiosa testimonianza accogliendo tutti ed indicando la rotta, perché questa rotta l’hanno, per primi, percorsa.
Ciascun cristiano li scorta con la stima nata dal constatare che hanno accolto il Soffio, sulla loro pelle, a loro spese, e che percorrono le rotte accidentate per noi, per ciascuno e ciascuna di noi che in loro può vedere il Volto di Cristo che si apre sulle miserie umane, sulle sue gioie, su quella rotta che i tre filetti garantiscono come sicura e via al porto di quel mare che è l’Amore trinitario. Con l’amicizia orante, con la stima fraterna e solidale. Chi ama la vela e percorrere il mare, sa bene come i tre famosi filetti si devono scorgere ben allineati e uniti, ma anche che solo il vento la gonfia, altrimenti subentra un beccheggiare che mantiene immobile lo scafo e costringe a una lunga attesa. In questa traversata della nostra vita che, oggi, si manifesta burrascosa e insidiata da marosi, troppo spesso organizzati e programmati, la rotta la indica Benedetto XVI e imprime alla Giornata delle vocazioni i suoi tre filetti che possono raccogliere il Soffio e inarcare la vela.Indubbiamente c’è chi irride alla parola “vocazione” e la considera vocabolo polveroso e sorpassato o, quanto meno, sorride all’ingenuità di chi si avverte “chiamato”. Poco male o forse molto bene, perché costringe a chiarezza cristallina che nulla conceda all’approssimazione, in quella sovrana gratuità del Padre. La persona umana è chiamata da Dio alla vita, alla traversata che conduce alla meta del Volto di Dio, malgrado tutte le suggestioni e le proposte fasulle che ci bersagliano ogni giorno e ci attanagliano solo a quanto poi si rivela caduco ed effimero.Come scegliere la propria rotta? Come comprendere chi siamo e chi Dio vuole si divenga? Per la sua gloria, per la sua lode e per la salvezza di tutta l’umanità? Non tutti sono lupi di mare e si trovano a loro agio fra sonar e scandagli, ma tutti hanno una coscienza che può aprirsi alla relazione con Dio: a questo tutti siamo chiamati. A questa scoperta interiore, non soffocata dai rifiuti di un’esistenza godereccia o dissipata o, peggio, sprecata.Nei diversi doni e nei molteplici talenti, esiste una radice ineludibile che si biforca: lodo Dio e servo i fratelli e le sorelle, da solo, oppure lodiamo Dio e serviamo i fratelli e le sorelle, noi due nel vincolo del matrimonio. Entrambi, però, in Dio e con Dio. La chiamata si innesta qui precisamente e la risposta, sia l’una o l’altra, palesa l’incontro persona a Persona, dimostra il senso della vita, costruisce la sua rotta, giorno dopo giorno.Tutti ci guardiamo, tutti volgiamo lo sguardo ai nostri antenati, ai nostri padri nella fede, ma puntiamo soprattutto gli occhi sui nostri contemporanei e vogliamo assicurarci che, nel loro veleggiare, ci sia destrezza e gioia. Vogliamo testimoni di dono felice. Nulla di astratto o soltanto una cascata parolaia di suoni, vogliamo fatti concreti, esperienze vissute, volti che ispirino fiducia. Solo il contagio vale, chi è appassionato e lascia condurre la propria vela dal Soffio, a sua volta, incita e sostiene, comunica “la propria gioia al fratello”. Non presenta progetti, piani, riunioni o congressi, offre un Volto riconosciuto e amato, da cui sa di essere amato e che trasfigura ogni burrasca e la vince perché Egli, anche se dorme e riposa su di un cuscino, domina i venti contrari.Filetto primo. L’incontro matura e cresce, da scintilla diventa fuoco ardente, chi avverte la vocazione alla consacrazione, momento dopo momento, sa di vivere non solo insieme al Grande Amico, il Fedele, ma nell’Amico, nel Fedele, nell’apertura alla Parola, nel dimorare nell’ascolto che lega l’Amico all’amico. Insieme e non soli e abbandonati ai flutti, la via del mare allora diventa quella lieve increspatura che muove lo scafo e fa volgere lo sguardo alla vela che si abbandona e porta con quel Soffio, leggero, ma costante e sicuro, che consente un’andatura spedita.Filetto secondo. La vela è gonfia, il Soffio la colma, ma prova a stenderti e sonnecchiare, la deriva è assicurata. Il dono ricevuto è ricevuto, ma chiede di spendersi, di non essere trattenuto, di trovare sempre e costantemente nuove invenzioni di soccorso, di aiuto, di oblio di sé. L’uscire da se stessi, dal proprio egoismo, dal proprio tornaconto, non è facile perché, in un modo o nell’altro, richiede il perire, il cedersi, senza risultati, spesso senza esiti che gratifichino. In altre parole: il Crocifisso che diventa Amico perché il sacerdote sia “il compagno di viaggio di tanti fratelli”.Filetto terzo. Le bordate attualmente sono pesanti e continue, stanno imperversando sul ponte e, spazzando, fanno saltare in aria le scorie: preti pedofili accertati o preti calunniati. Un grande dolore per chi guarda al prete come a colui che ha ricevuto un grande dono; un grande ammonimento, però, a tenere gli occhi aperti: non ci sono solo bordate, siamo contornati da preti santi e puliti, da preti che si donano senza suscitare clamore intorno a sé, che vivono la loro gioiosa testimonianza accogliendo tutti ed indicando la rotta, perché questa rotta l’hanno, per primi, percorsa.Ciascun cristiano li scorta con la stima nata dal constatare che hanno accolto il Soffio, sulla loro pelle, a loro spese, e che percorrono le rotte accidentate per noi, per ciascuno e ciascuna di noi che in loro può vedere il Volto di Cristo che si apre sulle miserie umane, sulle sue gioie, su quella rotta che i tre filetti garantiscono come sicura e via al porto di quel mare che è l’Amore trinitario. Con l’amicizia orante, con la stima fraterna e solidale.

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