I primi cinque anni di pontificato


Redazione

Cinque anni fa l’elezione di Joseph Ratzinger non ha stupito. Si trattava di una garanzia da diversi punti di vista, dopo un pontificato straordinario. Scegliendo il nome di Benedetto, rilanciava un programma di investimento di civiltà, richiamando le radici stesse dell’Europa e della modernità: radici cattoliche. Possiamo dire che questo sia il primo punto del pontificato.
Che si intreccia costitutivamente con un altro carattere. Benedetto XVI infatti è l’ultimo pontefice del Concilio, cui ha partecipato direttamente, non come vescovo, ma come già vivace teologo. La sua visione del Concilio, che è poi una delle chiavi fondamentali per la Chiesa in questi decenni e anche in proiezione futura, è stata espressa nel programmatico discorso alla Curia romana il 22 dicembre 2005, uno dei testi più impegnati del Papa. Sfidando le letture nel senso della rottura, ribadisce l’interpretazione del Vaticano II nel solco della vita della Chiesa e del suo continuo rinnovamento. È una proposta che, nell’ancora più famoso discorso al Corpo accademico dell’antica università di Ratisbona, condensa nell’appello ad «allargare gli orizzonti della razionalità». Quella linea della continuità nella riforma e nel cambiamento, che aveva letto per la Chiesa, la propone anche nei confronti della modernità, della linea culturale illuministica, cui rivendica una matrice cristiana e sviluppi coerenti con la fede stessa.
Il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 segna anche l’“incomprensione” di Benedetto XVI: le sue parole sono radicalmente banalizzate e interpretate nel senso di una polemica con l’Islam. Sembra quasi che questa incomprensione sia in realtà una precomprensione, per cui il Papa, la Chiesa, debbano per forza recitare una parte nel copione già scritto del grande dibattito pubblico. Se Giovanni Paolo II aveva imposto un registro diverso, l’eccezione doveva essere chiusa. La Chiesa doveva essere riportata a una arcigna posizione di chiusura.
È quindi necessario cercare di andare oltre questo registro, vieppiù affermatosi negli anni più recenti e oggi furoreggiante. Si scopre, allora, non solo un rigoroso dialogo a tutto campo, con i “laici”, con l’Islam, con gli ebrei, ma anche un magistero “patristico”. Il Papa – e lo si può toccare con mano nella recentissima lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda del 19 marzo scorso, in cui ha dettato le linee per chiudere lo scandalo-pedofilia – ha un tono patristico. Riprende il registro dei grandi padri della Chiesa nell’età della fondazione che è anche quella della transizione dall’antichità classica a un mondo nuovo, in cui conta la testimonianza di vita cristiana e nello stesso tempo la capacità di articolarla. Per questo la parola-chiave del pontificato è logos, una parola greca che, nel Vangelo di Giovanni diventa l’espressione della nuova, sconvolgente, vitale sintesi cristiana, una proposta di salvezza, di liberazione, di speranza. E proprio la speranza cristiana è il tema non a caso della seconda e più intensa enciclica di Benedetto: Spe salvi. Cinque anni fa l’elezione di Joseph Ratzinger non ha stupito. Si trattava di una garanzia da diversi punti di vista, dopo un pontificato straordinario. Scegliendo il nome di Benedetto, rilanciava un programma di investimento di civiltà, richiamando le radici stesse dell’Europa e della modernità: radici cattoliche. Possiamo dire che questo sia il primo punto del pontificato.Che si intreccia costitutivamente con un altro carattere. Benedetto XVI infatti è l’ultimo pontefice del Concilio, cui ha partecipato direttamente, non come vescovo, ma come già vivace teologo. La sua visione del Concilio, che è poi una delle chiavi fondamentali per la Chiesa in questi decenni e anche in proiezione futura, è stata espressa nel programmatico discorso alla Curia romana il 22 dicembre 2005, uno dei testi più impegnati del Papa. Sfidando le letture nel senso della rottura, ribadisce l’interpretazione del Vaticano II nel solco della vita della Chiesa e del suo continuo rinnovamento. È una proposta che, nell’ancora più famoso discorso al Corpo accademico dell’antica università di Ratisbona, condensa nell’appello ad «allargare gli orizzonti della razionalità». Quella linea della continuità nella riforma e nel cambiamento, che aveva letto per la Chiesa, la propone anche nei confronti della modernità, della linea culturale illuministica, cui rivendica una matrice cristiana e sviluppi coerenti con la fede stessa.Il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 segna anche l’“incomprensione” di Benedetto XVI: le sue parole sono radicalmente banalizzate e interpretate nel senso di una polemica con l’Islam. Sembra quasi che questa incomprensione sia in realtà una precomprensione, per cui il Papa, la Chiesa, debbano per forza recitare una parte nel copione già scritto del grande dibattito pubblico. Se Giovanni Paolo II aveva imposto un registro diverso, l’eccezione doveva essere chiusa. La Chiesa doveva essere riportata a una arcigna posizione di chiusura.È quindi necessario cercare di andare oltre questo registro, vieppiù affermatosi negli anni più recenti e oggi furoreggiante. Si scopre, allora, non solo un rigoroso dialogo a tutto campo, con i “laici”, con l’Islam, con gli ebrei, ma anche un magistero “patristico”. Il Papa – e lo si può toccare con mano nella recentissima lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda del 19 marzo scorso, in cui ha dettato le linee per chiudere lo scandalo-pedofilia – ha un tono patristico. Riprende il registro dei grandi padri della Chiesa nell’età della fondazione che è anche quella della transizione dall’antichità classica a un mondo nuovo, in cui conta la testimonianza di vita cristiana e nello stesso tempo la capacità di articolarla. Per questo la parola-chiave del pontificato è logos, una parola greca che, nel Vangelo di Giovanni diventa l’espressione della nuova, sconvolgente, vitale sintesi cristiana, una proposta di salvezza, di liberazione, di speranza. E proprio la speranza cristiana è il tema non a caso della seconda e più intensa enciclica di Benedetto: Spe salvi.

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