Davanti al Sacro lino il Papa pregherà e parlerà confermando il valore della fede e della salvezza per ogni uomo -

di Marco BONATTI direttore "La voce del popolo" (Torino) resp. Della comunicazione dell'Ostensione 2010
Redazione

Come già fece il suo predecessore Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI è a Torino, il 2 maggio, per venerare la Sindone. Il Papa è il proprietario del Telo, lasciato in eredità alla Santa Sede da Umberto II di Savoia. Ma Benedetto non viene come un «padrone» a controllare le condizioni in cui è conservato un pezzo del suo patrimonio. Viene come pellegrino: un credente che, come ciascuno di noi, è interpellato da quel Volto. Di fronte alla Sindone si è coinvolti nella Passione del Signore: come se fossimo anche noi spettatori, mescolati alla folla di quella notte fra il Sinedrio e il tribunale di Pilato, o di quella mattina al Calvario, fuori dalle mura. Lungo la catena della successione apostolica di quei fatti siamo divenuti tutti non solo spettatori ma «testimoni» – e il Papa è il primo di noi, di quei due milioni che, dal 10 aprile al 23 maggio, si mettono in coda lungo i Giardini Reali per raggiungere il Duomo e fermarsi qualche minuto a «vedere».
Ma il Papa non deve solo vedere. Si attende da lui che, di fronte alla Sindone, preghi e parli.
Pregare, per ribadire il segno, lo stile, con cui la Chiesa guarda al Telo: la Sindone è testimonianza dal passato, misteriosa per la scienza che non riesce a decifrarne il segreto. E questo, in tempi in cui la «verità» della scienza sembra essere l’unica possibile e la sola utile, è un bel segno di contraddizione, una «provocazione» non tanto agli scienziati quanto ai loro dogmi.
Pregare, ancora, perché la Passione del Signore evocata dalla Sindone è la stessa passione nostra, la sofferenza di tutti gli uomini e le donne del pianeta – di tutti i tempi («Passio Christi passio hominis» è il motto scelto per questa ostensione dal Custode della Sindone, l’Arcivescovo di Torino cardinale Poletto). La Sindone obbliga a riflettere sul dolore e sulla morte: ma chi si ferma a guardarla non viene sopraffatto dall’angoscia, piuttosto dalla compassione e dalla pace. La pace di quel Volto composto, di quel corpo martoriato ma intatto nella sua forza e nella sua bellezza.
Pregare, infine, perché oltre il mistero e la contemplazione c’è sempre la carità, il servizio ai fratelli. La stessa giornata di Benedetto a Torino appare scandita da questo ritmo: il grande incontro eucaristico al mattino, la visita alla Sindone nel pomeriggio e poi il congedo a Torino da quel «santuario» che è il Cottolengo, la Piccola Casa dei malati e di chi non ha più – non ha mai – coltivato speranza mondana.
E poi, parlare. La riflessione che il Papa proporrà di fronte alla Sindone è attesa, per molte ragioni. Il suo predecessore aveva parlato di Sindone come «specchio del Vangelo» e «sfida all’intelligenza». Aveva ricordato, cioè, che la Sindone non è il Vangelo. Non è dal Telo che riceviamo la salvezza di Cristo e la fede nella risurrezione. Il Lenzuolo di Torino «serve» piuttosto a richiamare la fede e la salvezza. È, in qualche minima misura, il compimento della promessa che anche noi siamo «beati» pur senza essere stati nel tempo e nel numero di quelli che hanno veduto… E sfida all’intelligenza: nei confronti dell’orgoglio della scienza, certo. Ma anche, forse, perché la Sindone sfida ciascuno di noi a ripensarsi sul senso della morte – cioè, su quello della vita. Tra il buio e il cielo rimane la scommessa di una vita che si «vince» solo se è donata.
Al di là delle cose che Benedetto dirà domenica, nel silenzio del Duomo, conta, prima di tutto, il fatto che parli. Paolo VI forse sarebbe venuto all’ostensione del 1978, cui inviò un messaggio cordiale, importante e impegnativo. I suoi successori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono venuti in persona, ne hanno parlato in vari discorsi e negli «Angelus». Ma, oltre al «discorso sulla Sindone» è il Papa che viene a incontrare Torino. Più di altre questa città ha bisogno di una parola di incoraggiamento e di «svolta». Nel 1980 Giovanni Paolo II venne in un momento cruciale della lotta al terrorismo. Oggi Benedetto porta un messaggio di mansuetudine e di testimonianza, nel tempo in cui la Chiesa è sottoposta a «sfide» sulla libertà e sulla visibilità della stessa comunità cristiana. La diocesi che accoglie il Papa è una comunità antica ma non «vecchia», che ha saputo coltivare i grandi campi dell’educazione e del servizio della carità. Oggi i credenti torinesi, e la struttura delle parrocchie, si ritrovano in prima fila ad affrontare i problemi di povertà diffusa causati non solo dalla crisi generale ma anche dal tramonto di un modello, quella della «città – Fiat» che appartiene ormai al passato. Il Papa autore di una coraggiosa «enciclica sociale» ha molto da dire e da ascoltare a Torino. Come già fece il suo predecessore Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI è a Torino, il 2 maggio, per venerare la Sindone. Il Papa è il proprietario del Telo, lasciato in eredità alla Santa Sede da Umberto II di Savoia. Ma Benedetto non viene come un «padrone» a controllare le condizioni in cui è conservato un pezzo del suo patrimonio. Viene come pellegrino: un credente che, come ciascuno di noi, è interpellato da quel Volto. Di fronte alla Sindone si è coinvolti nella Passione del Signore: come se fossimo anche noi spettatori, mescolati alla folla di quella notte fra il Sinedrio e il tribunale di Pilato, o di quella mattina al Calvario, fuori dalle mura. Lungo la catena della successione apostolica di quei fatti siamo divenuti tutti non solo spettatori ma «testimoni» – e il Papa è il primo di noi, di quei due milioni che, dal 10 aprile al 23 maggio, si mettono in coda lungo i Giardini Reali per raggiungere il Duomo e fermarsi qualche minuto a «vedere».Ma il Papa non deve solo vedere. Si attende da lui che, di fronte alla Sindone, preghi e parli.Pregare, per ribadire il segno, lo stile, con cui la Chiesa guarda al Telo: la Sindone è testimonianza dal passato, misteriosa per la scienza che non riesce a decifrarne il segreto. E questo, in tempi in cui la «verità» della scienza sembra essere l’unica possibile e la sola utile, è un bel segno di contraddizione, una «provocazione» non tanto agli scienziati quanto ai loro dogmi.Pregare, ancora, perché la Passione del Signore evocata dalla Sindone è la stessa passione nostra, la sofferenza di tutti gli uomini e le donne del pianeta – di tutti i tempi («Passio Christi passio hominis» è il motto scelto per questa ostensione dal Custode della Sindone, l’Arcivescovo di Torino cardinale Poletto). La Sindone obbliga a riflettere sul dolore e sulla morte: ma chi si ferma a guardarla non viene sopraffatto dall’angoscia, piuttosto dalla compassione e dalla pace. La pace di quel Volto composto, di quel corpo martoriato ma intatto nella sua forza e nella sua bellezza.Pregare, infine, perché oltre il mistero e la contemplazione c’è sempre la carità, il servizio ai fratelli. La stessa giornata di Benedetto a Torino appare scandita da questo ritmo: il grande incontro eucaristico al mattino, la visita alla Sindone nel pomeriggio e poi il congedo a Torino da quel «santuario» che è il Cottolengo, la Piccola Casa dei malati e di chi non ha più – non ha mai – coltivato speranza mondana.E poi, parlare. La riflessione che il Papa proporrà di fronte alla Sindone è attesa, per molte ragioni. Il suo predecessore aveva parlato di Sindone come «specchio del Vangelo» e «sfida all’intelligenza». Aveva ricordato, cioè, che la Sindone non è il Vangelo. Non è dal Telo che riceviamo la salvezza di Cristo e la fede nella risurrezione. Il Lenzuolo di Torino «serve» piuttosto a richiamare la fede e la salvezza. È, in qualche minima misura, il compimento della promessa che anche noi siamo «beati» pur senza essere stati nel tempo e nel numero di quelli che hanno veduto… E sfida all’intelligenza: nei confronti dell’orgoglio della scienza, certo. Ma anche, forse, perché la Sindone sfida ciascuno di noi a ripensarsi sul senso della morte – cioè, su quello della vita. Tra il buio e il cielo rimane la scommessa di una vita che si «vince» solo se è donata.Al di là delle cose che Benedetto dirà domenica, nel silenzio del Duomo, conta, prima di tutto, il fatto che parli. Paolo VI forse sarebbe venuto all’ostensione del 1978, cui inviò un messaggio cordiale, importante e impegnativo. I suoi successori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono venuti in persona, ne hanno parlato in vari discorsi e negli «Angelus». Ma, oltre al «discorso sulla Sindone» è il Papa che viene a incontrare Torino. Più di altre questa città ha bisogno di una parola di incoraggiamento e di «svolta». Nel 1980 Giovanni Paolo II venne in un momento cruciale della lotta al terrorismo. Oggi Benedetto porta un messaggio di mansuetudine e di testimonianza, nel tempo in cui la Chiesa è sottoposta a «sfide» sulla libertà e sulla visibilità della stessa comunità cristiana. La diocesi che accoglie il Papa è una comunità antica ma non «vecchia», che ha saputo coltivare i grandi campi dell’educazione e del servizio della carità. Oggi i credenti torinesi, e la struttura delle parrocchie, si ritrovano in prima fila ad affrontare i problemi di povertà diffusa causati non solo dalla crisi generale ma anche dal tramonto di un modello, quella della «città – Fiat» che appartiene ormai al passato. Il Papa autore di una coraggiosa «enciclica sociale» ha molto da dire e da ascoltare a Torino.

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