È di Hans Memling, uno dei maestri della pittura fiamminga del 400, il nuovo capolavoro in arrivo al Museo diocesano di Milano: una splendida «Crocifissione» che, in prestito dai Musei civici di Vicenza, accompagnerà il pubblico e i fedeli ambrosiani per il tempo di Quaresima e di Pasqua, dal prossimo 19 febbraio fino al 17 maggio. Un evento espositivo che, come sempre, sarà accompagnato da numerose iniziative collaterali, tra conferenze e laboratori per famiglie, con visite guidate particolarmente dedicate a parrocchie e oratori (informazioni su www.chiostrisanteustorgio.it ).
La smagliante tavola fiamminga, inoltre, come nelle ultime edizioni di questa esposizione quaresimale, sarà inserita in un percorso con opere di artisti contemporanei, realizzate da Stefano Arienti, Matteo Fato, Julia Krahn e Danilo Sciorilli, che – invitati da Casa Testori – si sono lasciati interrogare e provocare capolavoro di Hans Memling.
Bruges è stata la città dove Memling ha vissuto buona parte della sua esistenza e dove è morto, l’11 agosto 1494, tra il compianto e l’ammirazione generale. Ma il nostro pittore non era di origini fiamminghe, essendo nato sessant’anni prima in un piccolo paese vicino a Francoforte sul Meno.
Poco si sa della sua formazione, anche se diversi elementi invitano a pensare a una sua presenza a Bruxelles alla scuola di Rogier van der Weyden, cioè il maestro per eccellenza della pittura fiamminga a metà del XV secolo.
La bottega di Memling era tra le più fiorenti delle Fiandre, e non solo. A lui si rivolgevano i ricchi mercanti, ma anche molti enti ecclesiastici.
La tavola che presto sarà in mostra al Museo diocesano di Milano fu realizzata, probabilmente, per l’abbazia cistercense delle Dune, nelle Fiandre, attorno al 1470. Committente, si pensa, fu l’abate Jan Crabbe, che è il personaggio che si vede inginocchiato ai piedi della Croce.
Questa «Crocifissione» costituiva la parte centrale di un trittico, nelle cui ante erano raffigurati altri due donatori, la mamma e il nipote del priore Crabbe, accompagnati a loro volta da due santi.
L’apparente serenità, la sua armonia inviolabile, pare la nota più stridente della scena. Un uomo, il figlio di Dio, viene crudelmente ammazzato, eppure non c’è sangue, non c’è rabbia o paura, non c’è neppure violenza. Ma non è disinteresse, né straniamento. Memling, dall’alto della sua eccezionale bravura, non si limita a fare una «bella» immagine. Quella che sembra «freddezza», un nordico distacco, è in realtà un invito a interiorizzare, ad andare oltre le emozioni immediate, scendendo al cuore del mistero del sacrificio di Cristo. È questa la bellezza che salva.



