«Grazie: qui a Milano ho vissuto la fede, abbiamo bisogno di voi». Il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri conclude così, tra la commozione e gli applausi degli oltre 1300 fedeli che gremiscono il Duomo, la sua testimonianza. Quasi un ulteriore stazione di quella Via Crucis molto particolare che, sospesa tra il passato e il presente, ha rivissuto il ricordo dei martiri algerini del decennio “nero” (1992-2002), ma con lo sguardo rivolto alla speranza di un domani di pace.
La Via Crucis
È stato questo il senso della celebrazione quaresimale che, a Milano, ha concluso il percorso delle 7 Viae Crucis presiedute dall’Arcivescovo nelle altrettante Zone pastorali della diocesi, articolando il rito tra la basilica di Santo Stefano, in cui sono stati letti, per tre stazioni, altrettanti brani di Vangelo con commenti tratti da scritti dei martiri algerini beatificati da papa Francesco nel 2018, e il Duomo. Dove i fedeli, varcando il grande portale centrale, sono giunti in processione silenziosa seguendo la “Croce di Lampedusa” portata a spalle significativamente da alcuni appartenenti alla Confraternita peruviana del Señor de Los Milagros. Un manufatto semplice e dal grande significato simbolico, realizzato con i legni dei barconi dei migranti che attraversano il Mediterraneo e benedetta da papa Francesco nel 2014.

In Cattedrale, sempre alla presenza di monsignor Delpini e nel contesto di “Soul Festival di Spiritualità” si è svolto, appunto, l’incontro dal titolo “Germogli di riconciliazione” con l’atteso intervento del Porporato. Un momento di ascolto, di riflessione intensa e di preghiera inframezzato dalle letture di Alberto Pirazzini – tra cui, al termine della serata, il celebre testamento spirituale di padre Christian de Chergé, priore di Tibhirine ucciso con 6 monaci nel 1996 – e da alcuni intermezzi musicali eseguiti dall’Orchestra del Mare, l’ensemble composto da violini, viole, violoncelli e contrabbassi costruiti anch’essi recuperando i legni dei barconi dei migranti e realizzati da persone detenute nelle carceri di Opera. Per la prima volta, così, sono stati compresenti, in uno stesso evento, la “Croce di Lampedusa” e l’Orchestra del Mare, due iniziative che rientrano nel progetto “Metamorfosi”, promosso dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti (presieduta da Arnoldo Mosca Mondadori, che ha preso parte alla Via Crucis), per sensibilizzare sulla tragedia che da decenni ha trasformato il Mediterraneo nel più grande cimitero d’Europa.
A porgere il saluto iniziale, dopo l’introduzione di monsignor Luca Bressan, vicario episcopale e co-autore del Festival di Spiritualità, è stato lo stesso vescovo Delpini, cui erano accanto il vicario episcopale per la Zona pastorale I-Milano, il vescovo monsignor Giuseppe Vegezzi e il Moderator Curiae, monsignor Carlo Azzimonti, mentre in altare maggiore hanno preso posto i Canonici del Capitolo metropolitano della Cattedrale.
«Nel contesto della terza edizione di “Soul” – ha richiamato monsignor Delpini –, accogliamo l’invito a lasciarci inquietare, stupire, incoraggiare dal mistero. In questa sera di venerdì di quaresima ascoltiamo che cosa si dice la croce del Signore e che cosa ci dicono i crocifissi del presente».
Il martirio e la beatificazione
«Per un decennio, l’Algeria è stata in preda alla violenza islamista che è costata la vita a quasi 200.000 persone. La Chiesa cattolica ha attraversato questa prova insieme al popolo al quale si sapeva inviata, e l’ha pagato al prezzo del sangue dei 19 martiri», la cui beatificazione, in un Paese musulmano, pose molti interrogativi ma che, poi, ha segnato una punto fondamentale nel cammino di autocoscienza della propria storia, da parte algerina, e di fratellanza, ha sottolineato subito il cardinale Vesco nel suo intervento, aggiungendo.

«La forza della testimonianza dei martiri d’Algeria è di non essere stati uccisi da dei musulmani, ma con dei musulmani. Hanno condiviso un rischio, al quale erano di certo particolarmente esposti in quanto cristiani e stranieri. C’è un grosso controsenso da evitare. Se si rimane legati all’immagine tradizionale del martirio dei cristiani uccisi in odio alla fede da musulmani, si perde il senso della testimonianza dei martiri d’Algeria. Non sono stati uccisi in odio alla loro fede, ma per aver scelto di rimanere, in nome della loro fede in Cristo, accanto a un popolo musulmano travolto dalla spirale della violenza».
La visita del Papa in Algeria
Insomma, un’occasione per approfondire le tragedie del presente e di 30 anni fa, ma anche il significato di resilienza e amicizia della piccola presenza cristiana nella terra – l’odierna Algeria – che diede i natali a sant’Agostino e dove l’agostiniano papa Leone si recherà, primo pontefice nella storia, dal 13 al 15 aprile prossimi.
«Da tempo il Santo Padre è stato colpito dalla testimonianza dei 19 beati martiri d’Algeria», ha confidato il Vesco, successore, come vescovo di Orano, dal 2012 al 2021, di monsignor Pierre Claverie ucciso anch’egli nel 1996. «Li conosce bene. “Disarmalo, disarmami, disarmaci” sono peraltro le parole di padre de Chergé che ha ripreso nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno. Inoltre, è stato eletto proprio l’8 maggio, giorno della memoria liturgica dei 19 beati martiri. Per questo ho pensato subito di invitarlo nel nostro Paese. A diverse riprese il Santo Padre ha parlato di pace una “disarmata e disarmante”, rammaricandosi che “la guerra sia ritornata di moda”. Ci apprestiamo, quindi, ad accogliere un apostolo della pace. Ma un apostolo della pace non può nulla da solo, ha bisogno di ciascuno di noi. Che l’avvicinarsi della Pasqua ci incoraggi, ovunque siamo, nelle nostre famiglie, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre parrocchie, a essere anche noi degli artigiani di questa pace disarmata e disarmante».

L’anima di Milano
Parole a cui ha fatto eco il ringraziamento finale di monsignor Delpini, prima della recita corale del Padre nostro e della benedizione impartita, insieme all’arcivescovo di Algeri, accanto alla “Croce di Lampedusa”, sottolineata dalla Salve Regina dalle “Ultime sette parole di Cristo in croce” di Haydn eseguite dall’ensemble, in un clima di sonorità spirituali che ha percorso l’intera celebrazione attraverso diversi momenti di elevazione musicale.
«Il cardinale Vesco ha riconosciuto un aspetto di Milano di cui non si parla, ma voi qui in Duomo rappresentate qualcosa dell’anima di Milano. Quella che sa pregare, fare silenzio, commuoversi.Credo che questo incontro sia premessa di un’amicizia della Chiesa di Milano con la Chiesa di Algeri, non soltanto istituzionale, ma come un affetto profondo che attinge alla testimonianza dei martiri e supera le distanze e le differenze, la rarità degli incontri. Il legno degli strumenti ci commuove e ci ferisce, il legno po’ essere quello con cui si costruisce la casa della fraternità».




