5000 giovani e 115 Catecumeni, provenienti da tutta la Diocesi, hanno partecipato alle Veglia in “Traditione Symboli” presieduta, in Duomo, dall’Arcivescovo. Un pensionato universitario a Milano, sarà disponibile per vivere, in una casa comune, il tempo di maturazione della fede adulta chiesto da papa Francesco dopo il Sinodo

di Annamaria BRACCINI

Traditio Symboli

La consegna del simbolo della fede, il Credo, l’adorazione della croce, la testimonianza di chi – giovane come loro – ha già provato sulla propria pelle l’orrore della guerra, la preghiera corale anche con le splendide espressioni di “Tu mi sei necessario” di san Paolo VI e quelle 3 parole dell’Arcivescovo che sono, da sole, una programma e un regola di vita cristiana.
La Veglia in “Traditione Symboli” per cui, in Duomo, si ritrovano 5000 ragazzi di ogni Zona pastorale, i 115 Catecumeni 2019, i Vescovi ausiliari e i Vicari Episcopali, tra cui il Vicario di Settore, don Mario Antonelli e il responsabile del Servizio per i Giovani e l’Università don Massimo Pirovano, è questo. E, ad ascoltare il racconto di Tony e Nadine di Aleppo, viene davvero da chiedersi come sia possibile amare la vita (il titolo della Veglia è “Chi ama la propria vita?”). Colpiti, nelle loro stesse case, dai bombardamenti, coinvolti nella sanguinosa guerra in Siria che dura da 8 anni, i due giovani – l’uno ingegnere civile di 25 anni e l’altra traduttrice di 27 – non hanno però perso la speranza, nemmeno quando hanno visto distruggere la loro parrocchia.
Con una semplicità e serenità che interrogano la fede di ognuno, Tony dice: «Proprio in questi anni di guerra ho sperimentato, quando un missile è entrato nella mia camera, che la vita è preziosa perché il Signore mi ama. Dopo quel momento, ho sentito che dovevo affidarmi a Lui che non mi lascerà mai da solo». Una convinzione condivisa da Nadine. «Per me la guerra è stato uno choc. Lavoro con i bambini del Catechismo e qualcuno di loro è stato ucciso. Anche la nostra chiesa, nella Messa domenicale, è stata colpita, così ho compreso che dovevo rimanere ad Aleppo, che il Signore mi chiedeva questo».
Come sopravvivere a tanto male? «Dando importanza a ogni singola persona e all’umanità, riscoprendo la diversità anche delle religioni», con quell’amore che ha portato i due ragazzi e i loro amici a partecipare ogni giorno alla Messa mai interrottasi, nonostante tutto, e a dare conforto ai familiari di chi aveva sparato contro di loro, rinchiusi in un campo profughi. «Abbiamo sentito il dovere di prenderci cura di ogni persona, senza fare differenze, se vogliamo vivere in pienezza la nostra fede».

L’omelia dell’Arcivescovo

«Questa parola è per quelli che non si piacciono, per quelli che sono intristiti dal sospetto di non meritare di essere amati, che sono depressi dall’impressione di non interessare a nessuno e che mettono a rischio la loro vita»
Parola «per quelli che stanno fermi invece di essere in cammino, che si chiudono nelle fantasie, invece di mettere mano alle cose da fare nella realtà ruvida e rigida eppure utile. Questa parola è per quelli che si eccitano per innamoramenti sperimentali, invece che percorrere itinerari per un amore fedele e servizievole; per quelli che censurano i loro sogni, che non ascoltano le testimonianze dei santi e dei martiri», scandisce, avviando la sua riflessione, il vescovo Mario.
Parola che è una voce che viene dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora”, come si legge nel Vangelo di Giovanni.
Da qui, la prima consegna: l’ascolto. «Ascoltate il Signore che vi parla e rendetevi conto dell’altezza della vostra dignità: voi siete interlocutori di Dio. Non sottovalutatevi, non fate dipendere la stima di voi stessi dai risultati che ottenete, dagli apprezzamenti che ricevete, dal numero di quelli che entrano nei vostri profili. Ascoltate e raccogliete l’invito a rivolgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto, per avvertire l’intima attrattiva con cui Gesù vi introduce nella sua amicizia».
La seconda indicazione arriva, appunto, con il termine “attrattiva”.
«La parola di Gesù non è una chiacchiera, non è un’informazione, è piuttosto una vocazione che non è una carriera, non è una professione, non è una sistemazione. È la sequela di Gesù per partecipare alla sua vita e alla sua gloria. Guardate a Gesù e lasciatevi attrarre da lui, date un bacio al crocifisso il venerdì santo e domandatevi quale sia la vostra decisione per seguire, imitare, servire Gesù. Lasciamoci contagiare dalla testimonianza dei Catecumeni che si preparano al battesimo; lasciatevi commuovere dalla testimonianza dei nostri amici di Aleppo che hanno visto crollare le case e le chiese e hanno compreso che proprio allora è stata più forte l’attrattiva di seguire Gesù».
Infine, il “tutti” con l’“Attirerò tutti a me”, ancora dal capitolo 12 del Vangelo giovanneo.
«Il Padre non può fare festa finché non siano riuniti tutti i figli: Se volgiamo lo sguardo intorno a noi, quando attraversiamo le strade, non possiamo essere indifferenti, non possiamo essere intimoriti o sospettosi. La docilità allo Spirito ci rende responsabili verso gli altri, perché a tutti giunga l’annuncio della salvezza. Non si diventa cristiani e non si partecipa alla vita della comunità solo per se stessi. Chiedetevi come potete essere apostoli giovani per i giovani. Non tornate a casa a mani vuote solo avendo vissuto una bella esperienza. Leggete e rileggete il Vangelo, baciate il Crocifisso e chiedetevi quale sia il passo che dovete compiere: non lasciate passare la Pasqua per quelli che non fanno Pasqua. La nostra festa non sarà piena finché il Vangelo non sia stato annunciato a tutti».
A conclusione della Veglia, c’è ancora tempo per ricordare gli “Editti” già emanati, in questi mesi, per i giovani. «Salutare l’Arcivescovo con un “Kaire”, perché si vuole comunicare gioia; sentire la responsabilità per l’Europa del futuro che nasce dall’amicizia che proietta verso il bene», cui si aggiunge la sottolineatura della raccomandazione venuta dal Papa nel documento finale del Sinodo. «Siano disponibili momenti per crescere nella vocazione cristiana, dei tempi destinati alla maturazione della vita cristiana adulta, prevedendo un periodo di distacco prolungato dagli ambienti e dalle relazioni abituali». Un tempo costruito intorno a 3 cardini indispensabili: «un’esperienza di vita fraterna, condivisa con adulti educatori, sobria e rispettosa della casa comune; una proposta apostolica forte e significativa da vivere insieme e un’offerta di spiritualità radicata nella preghiera e nella vita sacramentale. «Cercheremo di attuare questo tempo – che potrebbe essere un anno scolastico -, almeno in una forma simbolica per alcuni, in un pensionato universitario di Milano», già individuato. «Incoraggio tutti a trovare tempo per questo».

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