Nell'estate del 1832, 180 anni fa, l'allora diciottenne compositore di Busseto cercò di entrare al Conservatorio di Milano, senza riuscirvi. Un fallimento che il maestro ricorderà per tutta la vita, anche nei momenti di massimo trionfo. Eppure proprio nel capoluogo lombardo troverà la sua strada e la sua affermazione, nonostante e oltre i drammi famigliari.

di Luca FRIGERIO

Giuseppe Verdi Oberto

Non fu una bella estate, quella del 1832, per il giovane Giuseppe Verdi. Diciottenne, con in tasca pochi soldi e molte speranze, era giunto a Milano per iscriversi al Conservatorio cittadino, uno dei più rinomati dell’intera penisola, e forse d’Europa. A Busseto, il borgo parmense in cui era nato, Verdi era già una celebrità, il miglior pianista del contado, un apprezzato compositore. Erano stati proprio i suoi compaesani, fieri di quel loro giovin talento, a convincere il padre Carlo ad affrontare il viaggio verso il capoluogo lombardo. Ma per essere ammessi al Conservatorio milanese le buone credenziali e le autorevoli raccomandazioni (e Giuseppe Verdi poteva vantare anche quella di Alessandro Rolla, già maestro di Paganini) non bastavano. Bisognava superare un esame. Prova che, com’è noto, Verdi fallì.

Una bocciatura a cui il maestro non si rassegnò mai, e che ricordava con amarezza anche negli anni dei massimi trionfi e della lunga vecchiaia.

Troppo “vecchio”
D’altra parte, la mancata accettazione di Giuseppe Verdi al Conservatorio di Milano (che oggi, come una postuma rivincita, porta il suo nome!) era stata motivata da almeno due buone ragioni: innanzitutto il candidato aveva già abbondantemente superato l’età massima d’ammissione, che all’epoca era fissata a quattordici anni; in secondo luogo egli era cittadino del Ducato di Parma (e quindi forestiero), la qual cosa lo poneva in una situazione di svantaggio rispetto agli allievi lombardi, soprattutto considerando che in quegli anni il Conservatorio ambrosiano era sommerso di richieste e ben pochi i posti a disposizione.

Ma c’era di più. Il giovane Verdi era stato presentato agli esaminatori come un valente pianista. Giudizio che non venne affatto condiviso da Antonio Angeleri, il maestro di pianoforte del Conservatorio: ascoltatolo, riscontrò molti difetti di impostazione. «Irrimediabili», scrisse nel verbale della prova. E ciò nonostante, pur nell’evidente insuccesso, quel primo esame milanese non mancò di un suo aspetto positivo. In una annotazione inviata al direttore del Conservatorio, infatti, datata 2 luglio 1832, il segretario Basily e il maestro di contrappunto Piantanida segnalarono come il candidato Verdi dimostrasse notevole fantasia e capacità riguardo alle sue composizioni originali. Un giudizio favorevole, dunque, e ben appropriato se si considera che, in effetti, il maestro bussetano divenne celeberrimo proprio come compositore e non certo per le sue qualità di pianista.

«Piegar le note al voler suo»
Deluso e amareggiato, Giuseppe Verdi tuttavia non abbandonò Milano ma, seguendo il consiglio dei suoi sostenitori parmensi, cominciò a prendere lezioni private da Vincenzo Lavigna, forse quanto di meglio il capoluogo lombardo poteva offrire in fatto di didattica. Professore di solfeggio al Conservatorio, da trent’anni maestro di cembalo alla Scala (ovvero, direttore d’orchestra, secondo le consuetudini del tempo), il Lavigna insegnò a Verdi «a piegar le note al voler suo», come riconobbe più tardi lui stesso. Ma il diciottenne di Busseto imparava a scrivere musica operistica soprattutto frequentando direttamente quella straordinaria scuola di vita che era la Scala, non lasciandosi sfuggire la benché minima opportunità, captando avidamente anche il più piccolo suggerimento.

Così, quando nel 1835 lasciò Milano per ricoprire l’incarico di maestro di musica nel suo paese natio, Giuseppe Verdi aveva già ben compreso come andava composta un’opera per essere gradita dal pubblico della Scala.

Margherita, l’amata sposa
Dalla città ambrosiana, del resto, il giovane maestro restò lontano solo pochi anni. Sposatosi con Margherita Barezzi, figlia di quei mecenati bussetani che lo avevano circondato fin da ragazzo di cure affettuose, Giuseppe Verdi desiderava mettere su casa proprio a Milano. Per il momento, tuttavia, era troppo preso dal suo incarico a Busseto e, soprattutto, era impegnatissimo nella stesura della sua prima opera, il Duca di Rochester, su libretto del giornalista milanese Antonio Piazza, opera che sperava di poter rappresentare al Teatro dei Filodrammatici di Milano, dove aveva già lavorato nei mesi precedenti. Ma il progetto sfumò. Anche il Teatro ducale di Parma, a cui Verdi si era rivolto, non si dimostrò interessato a portare in scena l’opera prima di un esordiente, seppur parmense.

Quando ormai Giuseppe Verdi sembrava aver perso ogni speranza, prostrato anche dalla morte, a pochi mesi di distanza, dei due giovanissimi figli (Virginia di due anni e Icilio di appena un mese), Bartolomeo Merelli, impresario della Scala, volle dar fiducia allo sconosciuto compositore. Verdi riprese allora in mano il suo Duca di Rochester trasformandolo nell’Oberto, Conte di San Bonifacio, secondo i suggerimenti dello stesso Merelli, che gli chiese di dividere a metà il guadagno derivante dall’eventuale vendita dell’opera. «Una proposizione lautissima per un principiante!», ricorderà lo stesso Verdi.

Il primo successo alla Scala
L’opera andò così in scena alla Scala di Milano il 17 novembre 1839. Il successo dell’Oberto fu notevole, superiore sicuramente alle aspettative, al punto che l’opera venne replicata molte più volte rispetto a quanto concordato.

L’impresario Merelli offrì allora a Verdi un contratto per altre tre opere, da rappresentarsi alla Scala o al Teatro di Vienna. Gli vennero sottoposti diversi libretti, nessuno dei quali convinceva il maestro di Busseto. Tuttavia Verdi dovette mettersi al lavoro. Scelse quello che gli sembrava meno brutto, e cominciò a musicarlo. Con la scomparsa dei figli la sua casa era vuota, difficile la situazione finanziaria. E nel giugno del 1840, stroncata dalla perdita dei suoi bambini, moriva di crepacuore anche la moglie Margherita. Fu in questo clima disperato che nacque il «melodramma giocoso» Un giorno di regno, tratto da una farsa francese.

Fu un insuccesso, ma forse non avrebbe potuto essere diversamente. Il trionfo per Giuseppe Verdi giungerà due anni più tardi, con il Nabucco e con le amatissime note del Va’ pensiero che farà fremere di spirito patriottico i lombardi e i milanesi tutti.

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