In occasione della Giornata della vita la testimonianza missionaria dei coniugi Radaelli, oggi responsabili dell’oratorio di Bulciago dopo essere stati in Perù per dieci anni, durante i quali sono nate le loro tre figlie. Hanno avuto una bambina in affido e ora ospitano un immigrato dal Gambia

di Veronica TODARO

Famiglia Radaelli

Le loro tre bambine, 12, 8 e 6 anni, hanno già l’impronta di mamma e papà. Marco Radaelli, 40 anni, originario di Monza, e Maida Ferrante, 41 anni, di Lissone, oggi sono i responsabili laici dell’oratorio di Bulciago, dove si occupano della struttura e della parte educativa dei ragazzi, facendosi anche promotori di proposte missionarie. La loro casa, all’interno della parrocchia, è un «rifugio» sicuro: prima per una bimba in affido, ora per un immigrato del Gambia di 24 anni a cui è stata respinta la richiesta d’asilo. Marco, che durante il giorno lavora in una cooperativa sociale, e Maida, in dolce attesa e prossima al parto di un maschietto, seguono le attività legate alla pastorale giovanile della Comunità pastorale Maria Regina degli Apostoli che riunisce Barzago, Bevera e Bulciago.

Prima di questo importante ruolo la coppia ha trascorso dieci anni in Perù. A due mesi dal matrimonio, celebrato nel 2004, hanno infatti deciso di partire in missione. Marco e Maida si erano conosciuti grazie all’Operazione Mato Grosso, il movimento che attraverso il lavoro gratuito per i più poveri offre a giovani e ragazzi la possibilità di numerose esperienze formative in America latina. La coppia ha vissuto per dieci anni a Yungay, un villaggio molto povero situato sulla Cordigliera delle Ande a 2800 metri di altezza presso la «Casa Don Bosco», occupandosi prevalentemente dell’educazione dei ragazzi.

«Abbiamo sempre ritenuto giusto occuparci degli altri e abbiamo voluto impostare la nostra famiglia sul volontariato e il sostegno alle persone in difficoltà» racconta Marco. Ma per capire di cosa c’è bisogno è necessario andare a vivere e stare con chi ha bisogno. Ecco allora la partenza per il Perù, dove i due giovani sposi hanno seguito i ragazzi più poveri incoraggiandoli a imparare un mestiere, quello del falegname, e seguendo il percorso scolastico di molti altri. «La nostra casa era diventata la “parrocchia” – prosegue Marco -, perché ci occupavamo anche della distribuzione dei viveri e dell’aiuto ai malati». I due sposi hanno contribuito a far nascere anche una sorta di oratorio: «Ci trovavamo solo il sabato e la domenica con i bambini del posto. Le giornate erano organizzate con ore di preghiera, catechismo e gioco. Il sabato invece si lavorava occupandoci della costruzione delle case per le famiglie più povere con fango e paglia». Poi la scuola parrocchiale, una vera àncora di salvezza per molti bambini abituati a vivere in strada. Sono davvero innumerevoli i progetti portati a compimento in missione: l’internato per una trentina di ragazzi che frequentavano la scuola secondaria e la specializzazione in falegnameria, l’assistenza sanitaria gratuita, la costruzione di case e alloggi per famiglie povere e bisognose, l’animazione e la formazione dei ragazzi e dei giovani, l’apertura di una scuola e di un asilo per ragazzi e ragazze dai 3 ai 16 anni, la creazione di posti di lavoro per gli alunni della scuola di falegnameria, che formata la propria famiglia, continuavano a lavorare in comunità nella «Casa Don Bosco».

In missione Maida e Marco sono diventati genitori di tre bambine, Martina, Margherita e Beatrice: «È stata una bella esperienza perché abbiamo vissuto con persone semplici. Sicuramente è stato formativo per le nostre figlie vedere da vicino che ci sono persone più sfortunate di noi». Poi il rientro in Italia e il contatto con l’Ufficio missionario della Diocesi per capire se era possibile portare avanti un’esperienza all’insegna dell’educazione giovanile che ricalcasse gli anni trascorsi in Perù. «Mi sono sempre sentito italiano, ma molti aspetti del Perù mi mancano, così come mancano a mia moglie e alla mia bambina più grande – confida Marco -. Oggi come allora, la nostra vuole essere una casa aperta a chi ha bisogno e la nostra idea è quella di fare qualcosa di bello con i giovani». Così dalla Diocesi arriva l’indicazione di Bulciago come il luogo più indicato allo spirito missionario della famiglia. «Per noi non c’è nulla di strano, rientra tutto nella normalità».

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