L’aggettivo kafkiano è uno dei più abusati per descrivere opere che mostrano l’insensatezza degli schemi di pensiero umani, della burocrazia che li governa, con un tono sospeso tra l’ironico e il drammatico. A Serpenti calza bene questo termine, ma ce n’è uno che meglio si addice: Serpenti è un film italiano. Perché la storia scritta dai fratelli D’Innocenzo mette a nudo, con lo stile di un’amara barzelletta, le inefficienze e i paradossi della giustizia italiana.
La trama
Incontriamo Paolo Marra negli istanti successivi all’uccisione di sua moglie. Ha deciso di costituirsi, divorato dai sensi di colpa. Ogni tentativo di farsi arrestare è vano, persino l’ammissione dell’omicidio viene respinta: “Questo lo dice lei, non abbiamo prove”. Inizia così un viaggio paradossale in cui l’obiettivo di Marra è di espiare la propria colpa facendosi sbattere in carcere, quello dei personaggi che incontra è di trovare un’attenuante, una scusa o una ragione, per non farlo.

La regia non sempre riesce a mantenere questo tono e ad arrivare a segno. Filmare una sceneggiatura così non è facile. In Serpenti ci sono però dei momenti di altissimo cinema. L’incontro con il poliziotto interpretato da Alessandro Borghi è esilarante (c’è un dialogo da antologia che riguarda un mazzo di chiavi), ma soprattutto la comparsa dell’avvocato interpretato da Pietro Castellitto è un segmento di pura satira che centra il bersaglio.
Un metodo intelligente per parlare di un problema
Quello di Serpenti è un modo molto intelligente per parlare di femminicidi. C’è uno scavo psicologico esagerato, ma al contempo realistico. Sono noti e numerosi i casi veri di donne che si sono rivolte alla giustizia restando inascoltate o senza tutele. Il garantismo si traduce, talvolta, in un’eccessiva tutela dell’aggressore in un sistema dove è più facile venire individuati e puniti per reati minori.
La sceneggiatura fa sì che gli incontri con gli strampalati personaggi portino Marra a riflettere sulle ragioni che l’hanno portato all’omicidio. Un’analisi dei perché e delle condizioni di partenza che lui, però, non vuole fare. Lui vuole solo pagare. Nemmeno questo è possibile, in un’Italia da film (ma forse anche reale) in cui i meccanismi che regolano il funzionamento degli apparati volti alla tutela del cittadino sono come dei serpenti che si aggrovigliano e stritolano sia la vittima che l’aggressore. Non poter essere punito, diventa qui la peggior punizione.







