Dal 27 luglio i Giochi nella capitale inglese. Non solo il massimo evento sportivo mondiale, ma un’occasione per abbattere barriere, rivalità e discriminazioni tra le persone e gli Stati

di Alessio ALBERTINI
Responsabile della Commissione diocesana sport della Diocesi di Milano

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Da venerdì 27 luglio, giorno inaugurale dell’Olimpiade di Londra, il London Eye, ruota panoramica che domina la metropoli, cambierà colore e luminosità attraverso l’interazione di twitter. Quanti lo vorranno, potranno mostrare il proprio gradimento dei Giochi attraverso il proprio tweet. Non è possibile sapere in anticipo quale sarà l’intensità di questa luce; tuttavia si può sperare che tanti “cinguettii” contribuiranno a renderla luminosa almeno come la fiaccola che arderà per tre settimane nella capitale inglese.
Innanzitutto perché nella corsia olimpica, insieme agli altri campioni sani e non fratturati, correrà un uomo senza gambe. A Londra, nei 400 metri e nella staffetta, gareggerà il sudafricano Oscar Pistorius. A 11 mesi gli hanno amputato le gambe sotto il ginocchio per una malformazione genetica: nonostante questo ha voluto rimettersi in piedi e ha provato a correre. Ha vinto molto, ma ha dovuto combattere molto, soprattutto nei tribunali, fuori dalla pista. Col suo sorriso ha girato il mondo perché voleva gareggiare con gli altri. In questa Olimpiade ha già vinto anche la sua mamma, che lo ha educato normalmente: «Ogni mattina a mio fratello diceva mettiti le scarpe e a me mettiti le gambe».
Anche l’Arabia Saudita, dopo il Brunei e il Qatar, ha rotto il suo muro e debutterà al femminile a Londra con due ragazze. Questa Olimpiade sarà la prima della storia in cui tutte le Nazioni si presenteranno con almeno una donna. È il frutto di un paziente cammino che ha portato un Paese che ancora non consente alla donna di partecipare alle lezioni di educazione fisica a confrontarsi con la Carta Olimpica, che vieta qualsiasi discriminazione di genere. Queste atlete avranno addosso tanti occhi e soprattutto tante speranze, e non solo sportive.
Molti saranno i volti noti e i campioni acclamati, atleti favoriti per una medaglia e outsider capaci di fare il colpaccio. Ma ogni Olimpiade – e speriamo anche questa di Londra – è capace di offrire un atleta normale, che per un giorno si trasforma in eroe. I Giochi olimpici riescono a far scoprire energie e forze rimaste nascoste per una vita, a far trovare il coraggio per essere protagonisti dopo anni nell’ombra. Come un’onda che per un attimo fa impennare verso il cielo. Da atleta anonimo a campione, da sconosciuto a stella degna di ammirazione.
Nel momento in cui la crisi economica si fa sentire, per la terza volta nella storia moderna dei Giochi, l’Olimpiade torna a Londra. A essa non chiediamo solo di regalarci record e medaglie, ma di offrire – soprattutto a chi è impegnato a guidare l’economia e la politica – l’unica «medicina degli sportivi: sforzo, disciplina e dedizione. Si può cadere nello scoramento, ma si recupera subito»: sono parole di Mariano Rajoy, primo ministro della Spagna, uno dei Paesi ora maggiormente in crisi.
A quarant’anni dalla strage di Monaco 1972, Londra 2012 può anche essere l’occasione di rimarginare quella ferita. Come auspica Benedetto XVI, «i Giochi di Londra siano una vera esperienza di fraternità tra i popoli della terra». Lo sport diventi capace davvero di abbattere le diversità culturali ed economiche, etniche e sociali. Nessuno rimanga escluso. Nessuno si rifiuti di gareggiare con atleti israeliani e tutti ricordino il vero spirito protetto dalla fiamma olimpica. Il fuoco di Olimpia che arderà a Londra sia davvero la cometa da seguire per dare finalmente pace al Medio Oriente e al mondo intero.

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