Nell’epoca degli sceicchi e dei magnati russi, la serie A si allontana ancor più dai tornei di Spagna, Inghilterra e Germania e rischia ora il sorpasso anche da parte della Francia

di Mauro COLOMBO

Zlatan Ibrahimovic

Depurate dall’astio di chi, per la prima volta nella sua carriera, non ha deciso di persona di cambiare casacca, ma è stato scaricato dalla società per cui giocava, le parole pronunciate da Zlatan Ibrahimovic all’ombra della Tour Eiffel – «Il Paris St. Germain? Corono un sogno. In Italia non c’è futuro…» – fotografano perfettamente lo stato del nostro calcio. Da tempo la serie A ha perso la palma del torneo più importante d’Europa. Il sorpasso da parte di Liga, Premier League e Bundesliga è ormai consolidato. E ora anche la Ligue 1 francese ha messo la freccia e ci sta affiancando: magari non in termini di prestigio, ma sicuramente di fatturato.

Nell’epoca degli sceicchi e dei magnati russi, il calciomercato 2012 si segnala come quello in cui le società italiane, invece che provare ad allestire squadre competitive, inseguono un altro traguardo: l’equilibrio di bilancio. Facciamo un rapido conto: in questa estate il campionato italiano, oltre a Ibra, ha già perso Thiago Silva e Lavezzi, Nesta e Gattuso, Del Piero e Seedorf; nelle prossime settimane perderà Julio Cesar, Maicon, magari Sneijder. E se nell’elenco è vero che ci sono molti campioni a fine carriera, è altrettanto vero che un attaccante già messosi in luce come Borini è ormai a Liverpool e un altro giovane molto promettente come Verratti ha a sua volta le valigie in mano.

L’austerity colpisce tutti, senza distinzioni. Anzi, a imporsi – e a imporre ai propri tifosi – i più duri sacrifici e le rinunce più amare sono due club “ricchi” come Milan e Inter, che però scontano le difficoltà di Fininvest e Saras, le aziende di famiglia di Berlusconi e Moratti. Col fair-play finanziario non potranno più – ammesso che ne abbiano ancora voglia – mettere mano al libretto degli assegni per ripianare i debiti alla fine dell’anno: ricavi e costi di gestione dovranno riequilibrarsi autonomamente, senza l’intervento provvidenziale dell’azionista di maggioranza. Non a caso, l’unica società che pare sfuggire al vento di crisi è la Juventus che, con la costruzione dello stadio di proprietà, si è garantita un’ulteriore fonte di introiti, ampliabile anche dal punto di vista commerciale e del merchandising.

È un po’ come ripartire da zero, insomma. Ma verso dove? La direzione – per quanto possa sembrare paradossale – la indica proprio il club più prestigioso del momento, attualmente inarrivabile per i nostri club: il Barcellona. Se la società catalana è quella che è, non lo deve tanto ai grandi acquisti (ci sono stati anche quelli, ma sono stati complementari, non fondamentali), quanto alla sapiente gestione della cantera, il suo vivaio. Da lì sono usciti fino a 9/11 della squadra titolare, compreso il celebratissimo Messi. È questa la strada da percorrere per tornare grandi.

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