Colpito da un male incurabile, è scomparso ieri notte a 51 anni

di Mauro COLOMBO
Redazione

Quando gli avevano diagnosticato il tumore al cervello era il mese di marzo, e i medici gli avevano “concesso” solo otto mesi di vita: ci hanno preso in pieno. Aldo Sassi – scomparso ieri notte a 51 anni – sapeva che la scienza non sbagliava, perché della scienza aveva fatto la base per la sua professione. Eppure, in barba a quella previsione, si era sottoposto alle terapie con grinta e determinazione, non cessando di lavorare almeno fino a che il male gliel’ha consentito.
Sassi era un tecnico dello sport, e del ciclismo in particolare. Nel corso della sua attività ha applicato alla bicicletta – uno dei mezzi sportivi più antichi del mondo – le moderne tecnologie di preparazione e allenamento, sempre con la ferma consapevolezza del limite, sempre arrestandosi prima di quella soglia oltre la quale innovazione diventa truffa e raggiro.
Diplomato Isef e laureato in Scienze motorie, aveva debuttato nel ciclismo negli anni Ottanta, nell’équipe medico-scientifica che stava assistendo Francesco Moser nel suo progetto (riuscito) di battere il record dell’ora di Eddy Merckx. Poi era stato preparatore del team Mapei, affiancando campioni come Museeuw e Bartoli, Ballerini e Bettini. Successivamente aveva fondato e diretto il Centro di ricerche Mapei per lo sport voluto da Giorgio Squinzi.
Era un acerrimo nemico del doping, Sassi, perché era convinto che si può vincere anche senza. Ma riusciva a distinguere l’errore dall’errante. Per questo aveva aiutato Ivan Basso nella ripresa dopo la sospensione di due anni, culminata nel trionfo all’ultimo Giro d’Italia (quando lui era già malato). Per questo stava facendo lo stesso con Riccardo Riccò, impegnato nel medesimo difficile cammino di rinascita agonistica. Con loro, e con tutti i corridori con i quali è entrato in rapporto – da Evans a Rogers, da Cunego a Scarponi, da Visconti fino ai semplici cicloamatori – ha saputo stabilire un feeling sportivo e umano di grande spessore. E tutti, oggi, lo piangono con affetto. Quando gli avevano diagnosticato il tumore al cervello era il mese di marzo, e i medici gli avevano “concesso” solo otto mesi di vita: ci hanno preso in pieno. Aldo Sassi – scomparso ieri notte a 51 anni – sapeva che la scienza non sbagliava, perché della scienza aveva fatto la base per la sua professione. Eppure, in barba a quella previsione, si era sottoposto alle terapie con grinta e determinazione, non cessando di lavorare almeno fino a che il male gliel’ha consentito.Sassi era un tecnico dello sport, e del ciclismo in particolare. Nel corso della sua attività ha applicato alla bicicletta – uno dei mezzi sportivi più antichi del mondo – le moderne tecnologie di preparazione e allenamento, sempre con la ferma consapevolezza del limite, sempre arrestandosi prima di quella soglia oltre la quale innovazione diventa truffa e raggiro.Diplomato Isef e laureato in Scienze motorie, aveva debuttato nel ciclismo negli anni Ottanta, nell’équipe medico-scientifica che stava assistendo Francesco Moser nel suo progetto (riuscito) di battere il record dell’ora di Eddy Merckx. Poi era stato preparatore del team Mapei, affiancando campioni come Museeuw e Bartoli, Ballerini e Bettini. Successivamente aveva fondato e diretto il Centro di ricerche Mapei per lo sport voluto da Giorgio Squinzi.Era un acerrimo nemico del doping, Sassi, perché era convinto che si può vincere anche senza. Ma riusciva a distinguere l’errore dall’errante. Per questo aveva aiutato Ivan Basso nella ripresa dopo la sospensione di due anni, culminata nel trionfo all’ultimo Giro d’Italia (quando lui era già malato). Per questo stava facendo lo stesso con Riccardo Riccò, impegnato nel medesimo difficile cammino di rinascita agonistica. Con loro, e con tutti i corridori con i quali è entrato in rapporto – da Evans a Rogers, da Cunego a Scarponi, da Visconti fino ai semplici cicloamatori – ha saputo stabilire un feeling sportivo e umano di grande spessore. E tutti, oggi, lo piangono con affetto.

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