Il nostro calcio è oberato dai debiti. E i tifosi, impoveriti, ormai non sono più disposti a perdonare

di Leo GABBI

Parma

Un disastro annunciato quello del Parma calcio: tutti adesso si esprimono così, facendo riferimento alla montagna di debiti che si è accumulata in questi anni e che ha portato la società che ha cambiato 5 presidenti in un anno sull’orlo del baratro: peccato che quando si è trattato di dare il via all’iscrizione ai campionati, nell’estate scorsa, gli organi preposti abbiano dato il via libera alla società ducale senza sollevare un sopracciglio.

Brutta storia quella che si respira sulla via Emilia, in una città da sempre reputata una delle capitali italiane del benessere: ormai il rosso sfiora i 200 milioni di euro e la squadra, da mesi senza stipendio, così come tutti i dipendenti, dai magazzinieri agli impiegati e i fornitori che ogni giorno si presentano per chiedere il sequestro di qualche pezzo di mobilia della sede di Collecchio: solo l’autotassazione della Lega Calcio ha permesso alla squadra di completare il campionato, ma con diversi club molto perplessi circa la regolarità di questa mossa e di quelle che seguiranno.

Al di là del dramma di una città che non riesce più avere imprenditori lungimiranti in grado di sostenere la propria squadra, passando da capitali albanesi fino a quelli sloveni, pur essendo riuscita già a sopravvivere una volta al mega scandalo legato al crac Tanzi-Parmalat, il problema per il nostro calcio non è solo Parma che può invece definirsi solo la punta dell’iceberg. La verità, infatti, è che il nostro calcio è pieno di debiti: a fronte infatti di un movimento, la Serie A, che fattura annualmente 1,7 miliardi di euro, i debiti, al netto dei crediti sono in costante crescita: secondo fonti della Gazzetta.it, si sono toccati i 1.715 milioni di euro nel 2013-14, con un incremento del 27% in cinque anni (1.350 milioni nel 2009-10). Sempre per il giornale sportivo on line, dodici squadre su venti sono in deficit: le più profittevoli Napoli (+20,2 milioni), Lazio (+7,1) e Verona (+5,3). La dinamica caratteristica di costi e ricavi, senza considerare operazioni di mercato e fatti straordinari (tipo cessioni del marchio), resta comunque fortemente squilibrata: il deficit salirebbe a quasi 600 milioni. Solo sei società hanno ridotto questa voce nell’ultima stagione.

Il problema degli stipendi non è qualitativo ma quantitativo: troppi i tesserati, troppi i trasferimenti. L’introduzione del tetto alle rose imposta dalla Figc potrà servire a invertire la rotta, ma occorrerà tempo e il caso Parma ci dice che a volte sarebbe importante prevenire, anziché aspettare che esplodano i bubboni. Invece da sempre il calcio italiano è abituato a navigare a vista, ma con la crisi che ha colpito quasi tutte le famiglie italiane, certe leggerezze non vengono giustamente più tollerate neppure dai tifosi più accaniti.

 

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