Una passione senza tempo, che non tramonta, scavalca le generazioni e sfida le nuove tecnologie. Viaggio al Museo Panini di Modena

di Leo GABBI

Figurine Panini

I primi di marzo un tempo coincidevano non soltanto con l’inizio del rush finale del secondo quadrimestre scolastico, ma anche, per intere generazioni di studenti, col (quasi) completamento dell’album delle figurine calciatori. Lo era per i nostri padri e per noi in maniera comprensibile, quasi ancestrale. Lo è invece in maniera miracolosa ancora per i nostri figli che, sfidando l’era tecnologica, gli smartphones di ultima generazione e le playstation più innovative, riescono però ancora a innamorarsi di quei piccoli rettangolini da appiccicare sull’album. Merito del calcio sicuramente, che un tempo ci faceva sognare, ora molto meno, ma evidentemente emana ancora il suo fascino, ma merito anche di una famiglia, la Panini di Modena, che ha fatto della figurina un emblema, quasi una filosofia di vita.

In fondo chi si cimenta nella famosa raccolta, un rito che si ripete ormai da oltre mezzo secolo, inaugura una personale caccia al tesoro in cui, attraverso il ritrovamento di doppioni, mancanti e rarissime, attraverserà i più disparati stati d’animo: dall’euforia per aver trovato la “figu” introvabile alla disperazione per aver aperto l’ennesima figurina che rivela l’immancabile doppione. E poi l’altro rito dopo aver incollato il “bottino”, quello dello scambio tra compagni di scuola, dei giochi “a battere” o al volo contro i muri, un altro momento che ha sfidato l’usura del tempo uscendone ancora vincitore. Ai tempi belli degli anni Sessanta e Settanta il calcio era quasi invisibile: nessuna o pochissime partite in tv, inesistenti gli sponsor, irrisoria la moviola, nessuna videocassetta che evocasse le prodezze del tuo campione preferito. Le armi che un ragazzo poteva usare sentendo per radio le cronache di Carosio prima e il duo Ameri e Ciotti poi, erano quelle della fantasia, per un gol segnato al novantesimo, per un rigore parato. L’unico strumento che si usava per tentare un transfer con quello che accadeva sui campi era proprio la figurina del nostro idolo, che ci si rigirava nel palmo della mano come una sorta di amuleto.

Oggi naturalmente tutto è cambiato: la Panini organizza persino dei Tour nelle varie città italiane per fidelizzare nuovi piccoli appassionati e a Modena è nato ormai da quasi dieci anni, il Museo della Figurina, vero tempio per appassionati, con 2.500 esemplari di una collezione unica, appunto quella di Giuseppe Panini, che almeno una volta nella vita sarebbe il caso di vedere: nonni e padri per respirare ancora una volta il profumo della loro giovinezza andata, i figli per capire le origini di un fenomeno che continua a impazzare nonostante tutto. Qui ci si trova anche una serie di chicche straordinarie: dalle scatole di fiammiferi alle piccole stampa a colori, fino ai bolli chiudi lettera, ai calendarietti e segnaposti artistici e non. Oltre alle mostre di attualità, il Museo è composto da sei grandi sezioni tematiche. Si parte dai primordi della figurina, con i pionieri che le avevano ideate e i soggetti che venivano immortalati. Poi le figurine Liebig, delizia per tutti gli over 50, vere antesignane delle Panini, che seguono infatti, inaugurando la sezione della modernità, con la prima assoluta di Bruno Bolchi e l’introvabile Pizzaballa. Ma una modernità del genere, ai tempi del digitale, potrebbe far sorridere. Invece la figurina resiste, tanto che gli eredi Panini continuano a “sfornare” oltre un miliardo di bustine ogni anno, circa sei miliardi di figurine: una magìa senza tempo.

 

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