Neanche l’esempio del grande campione morto in un incidente in Polonia frena i veleni e le violenze, verbali e non, allo Juventus Stadium

di Leo GABBI

stadio

La prima cosa da dire è che il calcio, come la vita, non ha più memoria. La polemica assurda, con tanto di toni intimidatori, lanciata da alcune frange di ultrà juventini ai danni della vedova di Gaetano Scirea, la dice lunga su come riconoscenza e onore, siano ormai un fardello che chiunque può relegare in soffitta, in nome d’interessi di stretta attualità legati a “un certo modo di tifare”.

Quando Mariella Scirea è intervenuta per far capire ai tifosi, quegli stessi che solo qualche lustro prima ammiravano la straordinaria correttezza e le grandi qualità umane del marito, che così non poteva andare avanti e quei cori razzisti dovevano smettere subito, altrimenti avrebbe ritirato il nome di Gaetano a cui è intitolata la curva sud dello Juventus Stadium, mai avrebbe immaginato una reazione simile. Con evidente imbarazzo della società Juventus, che poi ha condannato la replica ultrà (ma forse dovrebbe farlo con ancora più fermezza), i tifosi chiamati in causa hanno replicato in una maniera sconcertante: «Non è la nostra curva che deve cambiare nome, è la signora Scirea che deve smetterla di farsi chiamare con il nome del marito». Un pugno nello stomaco inferto a una signora che in passato ha vissuto la storia del club in maniera totale, dopo che il marito è morto in un incidente in Polonia durante una missione proprio per conto della società a cui aveva dedicato tutta la sua parabola sportiva di campione.

Senza perderci nella retorica, vorremmo però far capire ai tifosi, soprattutto a quelli più giovani, chi è stato Scirea. Non c’era bisogno di essere di Cernusco, suo paese natale (mentre a Cinisello Balsamo ha tirato i primi calci a un pallone, ndr.), o di Bergamo, città dove è sbocciato calcisticamente (nell’Atalanta, ndr.), per capire chi fosse Gaetano. Chiunque lo abbia incontrato, anche solo fugacemente, era in grado di capire la sensibilità, la gentilezza, la voglia di fare squadra dell’uomo, prima ancora delle doti da calciatore. Sul campo, con la Juventus, ha vinto tutto: sette scudetti, due Coppe Italia, Supercoppa, Coppa Intercontinentale, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe, senza dimenticare il Mundial spagnolo dove è stato uno dei figli prediletti di Bearzot, capace con quel silenzio stampa assordante e quella comunità d’intenti a prova di bomba, di far diventare invincibile una squadra fino a poche settimane prima ritenuta bislacca e senza nerbo.

Sentire partire dalla Curva Scirea insulti beceri o cori razzisti è qualcosa che per chi ha conosciuto Gaetano, stride in maniera inaccettabile. Se neanche il suo esempio frena i veleni, e le violenze verbali e non, tutto il calcio non può che uscirne irrimediabilmente sconfitto.

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