Dopo gli episodi incresciosi di Cremona, Lodi e Bergamo, nel Trevigiano si corre ai ripari per frenare eccessi e intemperanze sugli spalti

di Leo GABBI

sport di base

La stagione agonistica si sta concludendo in molte discipline lasciandosi alle spalle una scia polemica: troppe tossine accumulate in questi mesi, troppe polemiche e veleni dopo le gare della domenica, persino qualche rigurgito razzista che proprio non si riesce a soffocare nonostante la mobilitazione generale. Ma quello che più colpisce è che questo clima avvelenato, che prima apparteneva solo ai massimi campionati e sommariamente al calcio, si sta espandendo a macchia d’olio non solo nelle categorie inferiori, ma anche nel mondo giovanile, in quell’universo dell’infanzia in cui lo sport dovrebbe voler dire solo divertimento, lealtà e spensieratezza.

E si badi bene: ormai questo andazzo, ha allargato i suoi confini un po’ in tutte le discipline agonistiche perché la cultura sportiva del “vincere a ogni costo” è un morbo che attecchisce ovunque e non guarda più in faccia nessuno. Così, se a volte i bambini sarebbero anche disposti a giocare solo per divertirsi, prescindendo dal risultato, ci pensano i genitori, con fare a volta da ultrà, a ricordare loro che l’imperativo, anche a 10-12 anni è sempre il solito: vincere, non importa come. E se un arbitro o degli avversari non all’altezza, ecco scattare la gazzarra, il litigio, l’insulto, in un quadro che diventa l’esatto opposto dell’intento educativo iniziale.

In Lombardia tre casi nelle ultime settimane, a Cremona, Lodi e Bergamo, hanno coinvolto il baby volley: nel primo mentre si assiste a un match tra ragazze di Crema e Cremona scoppia una baraonda sugli spalti tra i genitori delle under 17, per un punto contestato. Nel mezzo della rissa le ragazzine, spaventatissime e in lacrime, scappano negli spogliatoi. In Bergamasca, addirittura in un campionato under 12, stesso scenario con insulti di genitori sugli spalti, immancabile sospensione e decisione di giocare la partita a porte chiuse. Prima ancora nel Lodigiano, durante il campionato under 12 sempre di volley, era andato in scena uno spettacolo indecoroso, con genitori e dirigenti che tra urla e insulti hanno addirittura cercato lo scontro fisico.

A casi del genere purtroppo si assiste quasi ogni week-end, senza questioni di latitudini o di classi sociali, dal tennis alla pallanuoto, fino al rugby. Un fenomeno che ci dice come sia difficile educare i figli, ma soprattutto come diventi quasi impossibile rieducare i loro genitori. Non basta più a tanti papà e mamme incitare i loro ragazzini: alla stregua delle peggiori curve, diventano gli emblemi del tifo contro, dell’insulto liberatorio che serve a sfogare le loro frustrazioni, della violenza gratuita che diventa ancor più grave se esercitate sotto gli occhi di quelli che si aspettano esempi positivi dagli adulti.

Di fronte a un malessere che non è più soltanto episodico, è bello segnalare l’iniziativa di un gruppo di mamme e papà del Trevigiano, che di fronte alle intemperanze del pubblico durante i tornei di calcio giovanile della loro provincia, hanno autonomamente deciso di istituire un plotone di genitori-steward, che vigileranno assiduamente su tutti i campi (e soprattutto sugli spalti), segnalando la minima intemperanza alle autorità competenti, per cercare di stroncare sul nascere un fenomeno che non può più essere sottovalutato.

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