La pesante sconfitta in finale contro la Spagna non cancella l'ottimo comportamento della Nazionale di Prandelli durante tutto il torneo

di Leo GABBI

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Non è andata. Ci siamo fermati all’ultimo atto, davanti a una Spagna che proprio all’epilogo ha mostrato tutta la classe della sua formidabile orchestra di palleggiatori: da Iniesta a Xavi, da Silva a Xabi Alonso, con un Fabregas uomo ovunque. Non è andata: si è perso anche male, a causa forse di un appagamento post-Germania e da tempi di recupero troppo risicati. Ma è stata, comunque, Grand’Italia: alzi la mano chi, a questi Europei, si aspettava una cavalcata così entusiasmante dopo una stagione che ci ha lasciato cicatrici profonde, dentro e fuori dal campo. Al di là dell’esito della finale, infatti, questo Europeo ci ha restituito l’Italia migliore, quella che nei momenti più critici riesce a ricompattarsi, a fare davvero gruppo, e non solo sul campo.

Prandelli è stato bravissimo a compattare i suoi ragazzi, a renderli partecipi di un qualcosa che andava oltre la mission calcistica, a far vibrare le corde giuste, all’unisono con quello che era stato il compito affidato agli azzurri dal presidente Napolitano, sempre a loro vicinissimo in questi giorni con stimoli e massaggi. In uno dei momenti più critici della recente storia del nostro Paese, ancora una volta gli azzurri hanno rappresentato un motivo di riscatto, senza che però questo debordasse in messaggi sopra le righe.

La sobrietà del ct e del suo gruppo, quindi, come risposta a chi pensava che l’Italia potesse non credere a un suo riscatto, non solo calcistico, ma anche economico e politico, di fronte alle terribili euro-prove che l’attendevano, a Bruxelles prima ancora che a Varsavia o a Kiev. Aver creduto nel riscatto del suoi bad boys Cassano e Balotelli (finalmente diventati parte di un progetto di squadra, anziché i soliti anarchici di talento) e aver ritrovato una difesa all’altezza – come da tradizione insegna, con capitan Buffon come baluardo e icona, il trio juventino Barzagli-Bonucci-Chiellini a fare da diga e un incredibile De Rossi diventato emblema di un calcio che tampona e poi ripropone immediatamente gioco – sono stati il segreto di questo Europeo da favola. Poi, certo, occorrevano i fuoriclasse e il nostro Pirlo ha dimostrato quanto il fosforo ancora conti su un rettangolo di gioco. Così, poco più di due anni dopo le macerie di Sudafrica 2010, siamo tornati a una Nazionale grandi firme, coraggiosa, capace di sfidare a viso aperto squadroni più forti alla vigilia, degna dei fasti più gloriosi, da Pozzo a Bearzot, da Sacchi a Lippi.

Onore, comunque, alla Spagna, che aggiunge ai trionfi dell’Europeo 2008 e del Mondiale 2010 anche questo alloro continentale di Polonia-Ucrania 2012. Resta la squadra più attrezzata per i Mondiali 2014 in Brasile, con giocatori che si trovano a memoria e che è riuscita a esorcizzare gli scricchiolii preoccupanti stagionali dei suoi club, con le dolorose eliminazioni in Champions League di Real e Barcellona.

Onore alla Germania, che prima d’incontrare gli azzurri sembrava inarrestabile: i suoi giovani talentuosi hanno steccato la prova più importante, ma da qui a due anni potranno riproporsi alla grande. Bene anche Portogallo e Inghilterra, anche se continua a mancare qualcosa per poter accedere al gradino finale: per colmare le distanze non bastano due fenomeni come Cristiano Ronaldo e Rooney.

Per noi è stata comunque una cavalcata entusiasmante, con le piazze accaldate ancora gremite da tifosi in festa, nonostante una crisi terribile che mai si è fatta sentire come adesso: ora speriamo che queste emozioni non costituiscano l’alibi per un colpo di spugna su uno scandalo, quello delle scommesse, che pesa ancora come un macigno sulla reputazione del nostro pallone. Se davvero l’Italia vuole ripartire con uno spirito nuovo da questi Europei, ne tenga conto: senza fare sconti a nessuno.

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