La scelta di Alberto Grassi, concordata con l’Atalanta, è piaciuta molto alla Federazione, ma il giovane l'ha fatta soprattutto per se stesso

di Leo GABBI

Grassi

Adesso comincia a rendersi conto. In fondo ci ha messo poco il ragazzino ad accorgersi di aver fatto un’enorme sciocchezza: parliamo di Alberto Grassi – il giocatore della Primavera dell’Atalanta che due mesi fa ha ricevuto una squalifica record di 10 giornate perché durante una fase concitata di gioco ha dato del “vu cumprà” a un avversario di colore. Ne ha parlato giustamente tutta Italia, interrogandosi sulle matrici di quel gesto, ma mentre la condanna arrivava unanime da tutti, dentro Alberto qualcosa era già cambiato. Quando poi don Fausto Resmini, direttore del Patronato San Vincenzo di Sorisole, un paesino alle porte di Bergamo, lo ha invitato a dare il suo aiuto a servizio dei poveri e degli emarginati, lui ha accettato subito: la squalifica, dimezzata in secondo grado, prevedeva infatti anche l’attività di servizi sociali. Una palestra straordinaria quella della strada: non servono parole, basta viverle, certe esperienze. E Alberto, che stupido non è, ha capito ancor di più in che mondo dorato si cullava e in che incubo avrebbe potuto precipitare. Finora solo poche settimane di assistenza, ma con un carico umano e drammatico pesante. Tanto che dopo soli 2-3 giorni aveva già raccontato al quotidiano locale L’Eco di Bergamo: «Ho già visto cose che non pensavo, gente sola, abbandonata, che non sa dove andare. Un mondo tremendo».

Una scelta, quella di Alberto, concordata con la società Atalanta, che è piaciuta molto alla Corte Federale, ma che il giovane ha fatto soprattutto per se stesso. Non c’è voluto poi molto per rendersi conto che pesante fardello poteva portare con sé un insulto sul campo buttato lì con superiorità e leggerezza, che però in un ragazzo immigrato passato magari attraverso prove terribili, poteva rappresentare un’ulteriore grave umiliazione. Alla Gazzetta dello Sport, dopo le prime giornate trascorse con ragazzi meno fortunati, Alberto ha dichiarato: «È bello essere qui ad aiutare le persone meno fortunate di me. Ho commesso un errore, ma non sono razzista. Questa è la cosa che ha ferito di più me e la mia famiglia. Ora, qui ho la possibilità di fare un’esperienza unica, tosta». Lo sport è così: da un’esperienza brutta, se il protagonista ne fa tesoro, può sempre nascere un’occasione di riscatto. L’augurio è che anche quei tifosi che ogni domenica si lasciano andare a cori o episodi razzisti, pensino solo un attimo a quello che dicono, al male che possono fare anche solo con poche parole, magari guardando come un giovane ragazzo ha saputo riscattarsi dopo una rovinosa caduta.

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