Il direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo riflette sul varo del Fondo: «Abbiamo bisogno di tornare a ragionare di economia in termini etici»

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Redazione Diocesi

30/12/2008

di Pino NARDI

«Il valore grande sta nella potenziale carica educativa di questa iniziativa: abbiamo bisogno di tornare a ragionare di economia in termini etici». Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana, riflette all’indomani dell’annunciata istituzione del Fondo famiglia-lavoro. Sottolineando i paletti: non una Chiesa che sostituisce il pubblico, che non intende mettere qualche cerotto assistenzialista, ma che sappia guardare alle radici delle difficoltà economiche che colpiscono tante famiglie.

Come avete colto la proposta del Cardinale?
L’abbiamo sentita come il riconoscimento di un servizio che la Caritas da sempre svolge verso chi è in difficoltà. L’Arcivescovo ha intuito la necessità di provocare la comunità cristiana a un salto di qualità nell’attenzione, non solo alle famiglie colpite dalla crisi economica, ma sul fenomeno stesso, sulle sue radici etiche che nascono da un’idea di economia e di sviluppo incapace di fare gli interessi dei più deboli. Al di là del Fondo, dell’appello a una solidarietà rinnovata, il valore grande sta nella potenziale carica educativa di questa iniziativa: abbiamo bisogno di tornare a ragionare di economia in termini etici. Un’economia governata in maniera scriteriata e immorale, che generi da una parte all’altra dell’oceano una situazione di così grave disagio, forse può diventare un’occasione perché ci sia un soprassalto di coscienza da parte della nostra gente. E di fronte a questi fenomeni come comunità cristiana non veniamo visti solo come quelli che mettono i cerotti, che cercano di tamponare le falle di un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Infatti va chiarito che non si tratta di elemosina a pioggia, mentre qui si parla di diritti delle persone…
L’Arcivescovo ha gettato il sasso senza avere subito pronta la metodologia per poter intervenire. La Caritas, insieme alle Acli e alla Pastorale del lavoro, definirà i criteri precisi, perché non sia semplicemente un’elargizione a pioggia, che offrirebbe il fianco a quella giusta accusa di assistenzialismo che non riconosce i diritti delle persone. Il problema non è mettere la toppa, ma recuperare il senso di una solidarietà diffusa, di pianerottolo, che ti fa accorgere di quella famiglia che in vario modo è in difficoltà. Ma, più profondamente, il grande obiettivo è reclamare alla pubblica amministrazione il dovere di rimuovere le radici di fenomeni di questo genere. Quindi non è un’iniziativa tampone, tanto meno che si illude di risolvere chissà quali problemi. Neppure è sostitutiva: guai a noi pensare che la comunità cristiana si sostituisce o si arroga la presunzione di fare al posto della pubblica amministrazione. Lungi da noi questo pensiero.

Quindi è necessario guardare al di là dell’istituzione del Fondo?
Esatto, usare interventi di tipo economico come leva per far crescere una coscienza etica, che è la questione più importante. Infatti l’Arcivescovo non parla solo di solidarietà, ma anche di sobrietà. Sulla scia del discorso di San Carlo e di una parte del messaggio per la Giornata diocesana Caritas, lo scorso novembre, la solidarietà non è solo questione di qualche offerta in più, ma la conseguenza di una messa in discussione dei nostri stili di vita, del nostro modo di usare il denaro. Perché se fosse solo un problema di supplemento di solidarietà e basta, passato il periodo brutto torneremmo a stare come prima. Non avremmo risolto niente. Questo momento di crisi deve farci crescere anche rispetto al modo di usare la ricchezza e quindi a ripensare il modello di sviluppo.

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