L'amarezza di una famiglia italiana per le modalità con cui è stata effettuata l'operazione nel campo milanese di via Impastato a Rogoredo


Redazione

19/06/2008

di Silvio MENGOTTO

A Milano da qualche giorno è iniziato il “censimento dei rom”, voluto dal prefetto Gian Valerio Lombardi, nella veste di commissario straordinario per i rom. Un monitoraggio e censimento che sarà effettuato in tutti i 12 campi autorizzati dal Comune presenti in città.

Dopo il primo, effettuato nel campo di via Impastato a Rogoredo, sono scoppiate polemiche sulle modalità del censimento. Per l’Opera Nomadi la preoccupazione è molto forte: iniziato alle cinque del mattino, per i modi è «più simile a una schedatura che a un vero e proprio censimento, per altro in un’area autorizzata dal Comune e abitata da un gruppo di rom e sinti italiani».

Durante il censimento i bambini scherzavano con i poliziotti, mentre gli adulti hanno accettato in silenzio l’operazione con grande sofferenza e umiliazione. Tra questi Goffredo Bezzecchi, 69 anni, sopravvissuto durante la guerra a un “campo del Duce” dove venivano deportati gli zingari. Una pagina di memoria storica dimenticata.

Al campo di via Impastato l’alba di venerdì 6 giugno per Bezzecchi si è colorata di vergogna e paura. È nato a Postumia (oggi in Slovenia), da madre rom e padre italiano, da più generazioni ha la cittadinanza italiana.

In breve racconta la cronaca di quel mattino: «Pensavo fosse un censimento, ma è stata una schedatura, perché a tutti hanno fotocopiato la carta di identità. Sono venuti parecchi poliziotti, vigili e la Scientifica. Hanno fatto le loro perquisizioni. A parte tutto questo, la schedatura non va bene perché ricorda una procedura usata durante il fascismo. Questo non va per niente bene. Se ci sono sospetti capisco la perquisizione, ma la schedatura no. Non protestiamo per le perquisizioni, non è questo il problema. Ma la schedatura l’hanno fatta durante la guerra quando sono stato mandato a Lipari con la mamma. Al campo sono tutti della mia famiglia, tutti lavorano e hanno nazionalità italiana».

Nelle parole di Bezzecchi traspare non solo una forte tensione, ma anche un senso di vergogna: «I miei cugini in Sardegna sono nella Finanza: cosa proveranno quando leggeranno queste notizie sul giornale? È anche una vergogna che si mescola alla paura. Non è giusto. Abbiamo le leggi, quindi che si applichino. Qualcuno mi ha chiesto perché ho dato i documenti ai poliziotti. Ma perché non dovrei dare un documento a un poliziotto? Capisco le regole dell’Italia e, anche per questo, le ho accettate. Il campo di via Impastato è l’unico sollecitato da Giorgio Vallery, al quale siamo molto riconoscenti. Persona straordinaria, che ci ha aiutato tantissimo nel trovare un lavoro e nel frequentare la scuola: poi siamo stati abbandonati».

Giorgio Vallery, dell’Ismo (Interventi e studi multidisciplinari nelle organizzazioni), sottolinea: «Sono uomo del Nord-Est, cittadino milanese da oltre 45 anni e mi vergogno di come le istituzioni milanesi hanno “trattato” la famiglia Bezzecchi, italiana come me e colpevole solo di appartenere all’etnia rom… Vorrei poter continuare a guardare negli occhi non solo i Bezzecchi, ma i tanti rom e sinti che ho conosciuto e che mi hanno stimato».

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