L’aiuto degli altri utile a superare bisogni e difficoltà durante il lockdown è uno degli elementi messi in rilievo da «Ricominciamo Insieme», sondaggio effettuato in collaborazione con l’Iref, a cui hanno risposto quasi 700 persone

Buon-vicinato

Paura, insicurezza e solitudine sono solo alcuni degli stati d’animo delle persone dopo il lockdown. Lo ha evidenziato l’indagine effettuata dalle Acli Milanesi in collaborazione con l’Iref (Istituto di ricerche educative e formative) tra maggio e giugno scorso, tramite la somministrazione on line di un questionario  a cui hanno risposto quasi 700 persone.

Gli intervistati, di cui la metà donne, hanno sperimentato durante la chiusura una vasta gamma di sensazioni, tra cui le più ricorrenti sono il senso di insicurezza (13,9%), l’ansia (13,5%) e lo stress psicologico (11,6%). Questi sentimenti largamente condivisi assumono sfumature diverse a seconda che si sia dovuto affrontare il lockdown da soli o in compagnia di altri.

Dall’indagine delle Acli emerge con forza che la maggior parte degli intervistati ha beneficiato, nella fase acuta della pandemia e anche dopo, di aiuto da parte degli altri (77,6%,). Benché tra i partecipanti all’indagine non si registrino particolari difficoltà a uscire di casa per le proprie necessità, si evidenzia che chi ha avuto bisogno ha ricevuto sostegno ad ampio spettro, coprendo un ventaglio di esigenze diversificate.

In particolare, si nota che a ricevere aiuto sono state soprattutto le persone anziane (84% rispetto al 77,6% della media campionaria) e le persone che vivono sole (88%, contro 77,6% della media generale). Si evidenzia, inoltre, che l’aiuto è arrivato specialmente dai parenti, ma anche dagli amici e dai vicini di casa: queste categorie hanno prestato il 70% dell’aiuto ricevuto dalle persone bisognose.

Stando ai dati, sembrerebbe confermata la grande mobilitazione che ha visto impegnati tanti cittadini nel prestare soccorso a chi era maggiormente in difficoltà durante l’isolamento forzato. Colpisce in particolare la riscoperta del “buon vicinato”, per nulla scontata nel contesto di una grande città come Milano (seppure comprensiva della provincia), dove l’indifferenza e la distanza nei confronti di chi vive alla porta accanto è spesso la norma. Ciò che emerge dalla ricerca condotta dalle Acli Milanesi è che le reti di prossimità hanno tenuto e, specialmente laddove erano deboli, si sono riattivate per far fronte all’emergenza, compensando il limitato apporto che è potuto provenire agli intervistati da altre istituzioni, pubbliche e private: i servizi comunali, la parrocchia, il volontariato. Si potrebbe affermare che durante il lockdown amici e vicini hanno assunto il ruolo di volontari senza casacca: pur non appartenendo a un’organizzazione formale, hanno di fatto svolto le attività di supporto.

Sulla scorta dei dati sarà quindi importante per un’associazione come le Acli ragionare intorno al concetto e alla pratica del welfare di comunità come modello che consente la produzione di beni e servizi attraverso il sostegno e la valorizzazione della comunità, a vantaggio della coesione sociale. Tale modello, infatti, punta sulla riscoperta delle risorse che la società civile ha per contrastare, attraverso la mediazione collettiva, le condizioni di vulnerabilità sociale.

Si tratta di immaginare un nuovo tipo di sviluppo in cui i cittadini siano coinvolti nella costruzione di servizi di pubblica utilità, realizzando un welfare di prossimità. A giudicare dai risultati di indagine, nel territorio milanese c’è la possibilità di valorizzare simili legami ed esperienze, anche attraverso percorsi di sperimentazione e di apprendimento, utili a calibrare i nuovi modelli di welfare. L’analisi dei dati ha rilevato inoltre che sono due le categorie che stanno scontando pesantemente la crisi per l’impatto che essa ha sulla qualità della loro vita. I primi sono gli anziani, specie se soli; i secondi sono i lavoratori “in sospeso”, cioè quei lavoratori che, pur avendo un’occupazione, nella fase critica dell’epidemia sono fermi perché cassaintegrati, in ferie forzate o in blocco dell’attività.

Queste categorie segnalano problemi reali che si vanno diffondendo nel Paese, che saranno probabilmente alla ribalta sulla scena pubblica nei prossimi mesi e che richiedono di essere seriamente affrontati. Inserite in questo quadro, le evidenze che emergono dall’indagine assumono un significato particolare e suonano come un campanello d’allarme rispetto alla tenuta della coesione sociale.

Il compito delle Acli nel prossimo futuro sarà dunque trovare forme nuove per intercettare e per rispondere a questi bisogni e non trascurare di raccogliere la domanda di senso che vi è sottesa.

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