Nelle parole del responsabile dell'Ufficio missionario diocesano, che ha accompagnato l'Arcivescovo nel recente viaggio nel Paese sudamericano, l'apprezzamento per l'opera e il radicamento dei “fidei donum” ambrosiani, la gratitudine per l'accoglienza da parte della comunità locale e una conferma: «L’esperienza missionaria obbliga a uscire da se stessi»

di Annamaria BRACCINI

Zago e Delpini_Perù
Don Maurizio Zago (al centro) con l'Arcivescovo in un momento del viaggio in Perù

Un viaggio per condividere, conoscere, dire “grazie”, visitando i sacerdoti e i laici fidei donum ambrosiani impegnati in Perù. Potrebbe essere questa, in sintesi, la fotografia dei giorni – ricchi di incontri, volti, storie, speranze e scelte di vita – trascorsi nel Paese sudamericano dall’Arcivescovo, insieme al responsabile dell’Ufficio missionario diocesano don Maurizio Zago e al responsabile dell’Ufficio per le comunicazioni sociali e portavoce del Vescovo don Walter Magni. «Il sentimento con cui siamo partiti era semplicemente quello di andare a conoscere la situazione dei nostri preti che stanno vivendo là il loro ministero come fidei donum – sottolinea don Zago -. A un primo motivo di vicinanza e di conoscenza con loro, si è aggiunto anche il desiderio di incontrare i Vescovi che li hanno accolti, in una comunione tra Chiese che si aiutano nell’evangelizzazione. Durante la permanenza questi sentimenti si sono trasformati in motivi di stima nei confronti del lavoro svolto dai fidei donum e di ringraziamento per il modo con cui ci hanno accolti e ospitati».

Al di là della serenità nello scambio personale, come vi è sembrata la condizione delle zone visitate?
La situazione generale è quella di un Paese che rimane in via di sviluppo. Per il Perù si parla di un momento di crescita complessiva, anche se è grande la sproporzione tra i luoghi dove la vita è molto più simile al nostro modello e le zone povere. A Pucallpa e Huacho, dove siamo stati, si sono presentati entrambi questi due aspetti.

La presenza della Chiesa ambrosiana è apprezzata?
Il radicamento dei nostri preti in questa terra di missione è vero e reale, nel senso che si stanno inserendo bene nella vita della Chiesa del Perù. Il desiderio di entrare in quelle comunità – certamente aiutandole con il contributo di esperienza che abbiamo e che la nostra Diocesi può donare – permette di condividere il cammino della Chiesa locale, attraverso la comunione con preti e laici che là vivono. L’affetto e l’accoglienza vengono ricambiate dai nostri sacerdoti e laici con l’impegno e la dedizione con cui sperimentano quotidianamente il loro impegno. Penso che, da questo punto di vista, vi sia un radicamento reciproco.

Fra gli incontri, anche quello con una coppia di sposi, Silvia e Giacomo Crespi, con il loro bambino Diego, un “mini fidei donum” di 10 mesi. Il ruolo dei laici è importante?
Credo che sia molto importante, soprattutto in un contesto ecclesiale come è quello della Chiesa peruviana, dove sta crescendo la capacità di percepire che non è solo il sacerdote o il religioso ad amministrare la comunità, ma che anche i laici possono e devono avere una fattiva partecipazione. Devo anche notare – come hanno detto loro stessi -, che la nascita di Diego ha qualitativamente elevato il tipo di relazione con la gente locale: in qualche maniera li ha fatti sentire più vicini, più “famiglia” come loro. Nell’ambito della loro presenza prevista per i prossimi tre anni, questo aspetto contribuirà certamente a rendere significativo l’apporto laicale.

Se dovesse esprimere una cifra simbolica del viaggio in una frase o in una riflessione dell’Arcivescovo, magari emersa in momenti informali o conviviali, cosa direbbe?
L’Arcivescovo ha espresso sempre gratitudine nei confronti della Chiesa che ha accolto i preti ambrosiani e vera stima per loro, soprattutto per i due sacerdoti anziani che sono a Huacho, in un ministero forse meno esposto ad attività, più nascosto, ma rilevante per l’attenzione riservata all’accompagnamento delle persone. Al grazie e alla stima aggiungerei la parola “sorpresa” per l’incontro avuto con l’Operazione Mato Grosso, che da anni svolge la sua attività in Perù, dove la avviò il fondatore don Ugo De Censi, da poco scomparso. Sorpresa nel vedere molti volti concreti di persone e famiglie, provenienti dalle nostre terre, dedicarsi con passione al servizio dei poveri: sorpresa che ha fatto esclamare all’Arcivescovo «il fuoco mi incanta», in riferimento a un modo di dire spagnolo. Anche l’ultima breve visita, la sera prima della partenza da Pucallpa, alla “Casa dei bambini” in una delle parrocchie dove è presente l’Operazione, ci ha fatto toccare con mano il servizio alla vita offerto dai volontari dell’OMG.

Uno dei sacerdoti visitati ha detto: «La missione ti rimane comunque dentro». Essere stato in terra di missione non finisce mai?
L’esperienza che si fa in missione obbliga a uscire un poco da se stessi: si deve imparare una lingua diversa, c’è un contesto nuovo da vivere. In questo movimento, ci si sente quasi obbligati ad andare incontro agli altri. Il tentativo di andare verso chi è diverso e lontano da noi è ciò che rimane dentro anche quando si rientra – parlo anche per la mia diretta esperienza – e ritengo che sia l’elemento che spinge, poi, qualsiasi ministero a diventare veramente missionario.

È la Chiesa in uscita di papa Francesco …
Sì. C’è chi desidera viverla ripartendo e chi cerca di incarnarla nel luogo in cui è.

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