Un ampio e articolato dialogo tra l'Arcivescovo e i giovani ha introdotto la Visita pastorale nel Decanato di Affori, la prima nella città di Milano

di Annamaria Braccini

Bruzzano

Un dialogo a 360 gradi sulla fede, i giovani, il domani, la speranza e la possibilità di essere «scintille» per alimentare un futuro migliore. La Visita pastorale alla Città di Milano si apre con un incontro tra i giovani del Decanato di Affori e l’Arcivescovo, che si pone in ascolto delle loro domande e risponde. Il dialogo si avvia nel salone dell’oratorio San Luigi della parrocchia Beata Vergine Assunta in Bruzzano ci sono il Vicario episcopale di Zona monsignor Carlo Azzimonti, il decano don Tommaso Castiglioni, il responsabile diocesano della Pastorale giovanile don Marco Fusi, il parroco don Paolo Selmi, i sacerdoti del Decanato, i vicari parrocchiali, le ausiliarie diocesane.

Artigiani del bene comune

Giorgio, educatore della prima superiore, si rifà al Discorso alla Città 2021, chiedendosi come conciliare l’operato «di pochi artigiani del bene comune con una società fatta di potere, denaro e risultato».

«Vorrei che questa possibilità di dialogare con voi fosse un incoraggiamento – dice subito l’Arcivescovo -. L’artigiano del bene comune si trova quasi paralizzato dall’enormità del compito e dalla modestia delle risorse, ma il bene della storia è sempre fatto di persone che hanno saputo tenere pulito il proprio metro quadrato di terreno. Non è l’impresa di una rivoluzione sistematica, ma è l’impegno del proprio compito, sia che facciate il guidatore del bus, che raccogliate la spazzatura o diventiate professionisti. Gli artigiani del bene comune non cambiano il mondo, ma fanno bene quello che devono fare. Io ho fiducia nel gesto minimo: la vostra, almeno per ora, non è l’opera che decide la storia, ma è la semina del buon seme, sapendo che qualcuno lo farà crescere».

La Messa come spazio di libertà

Si passa a Paolo, educatore dei 18-19enni. Il tema è quello della «ricostruzione di una scala di valori che possa orientare».

«Credo che sia una questione a cui voi potete rispondere meglio di quanto possa fare io – osserva monsignor Delpini -. Una delle inquietudini fondamentali che ho è se la generazione degli adulti, che sono nel pieno delle responsabilità, abbia qualcosa da dire a voi giovani, una visione per indicare la terra promessa, un fuoco. È più di una questione di linguaggi diversi. Mi sembra che gli adulti – anche se non è un giudizio universale – siano oggi un poco complessati… Ma voi potere provocarli, per esempio in serate come questa. Ricordate che i vostri genitori hanno, comunque, qualcosa che merita di essere ascoltato: non parlate di banalità, chiedetevi e fate domande che hanno l’audacia di aprire il libro degli altri e della vita.

Arianna, anche lei educatrice dei 18-19enni, si interroga sul «passaggio generazionale» e su dove e come viverlo in libertà. L’Arcivescovo risponde: «La Messa domenicale, se la si vive veramente per quello che è, abbatte i muri, perché è il luogo in cui tutti si possono incontrare, nel quale gli adulti e i giovani possono conoscere uno spazio di libertà. Non si tratta di una convocazione formale, ma del Signore. La Messa domenicale è un modello di come abbattere le divisioni anche tra voi, perché non è solo ascoltare la predica o seguire la liturgia, ma è “il prima è il dopo”: è lo spazio di chi ha ascoltato e diviso lo stesso pane. Chiedetevi come la Messa possa non essere solo un rito, ma sia davvero un’assemblea in cui si prega, si fa silenzio e, così, si fa comunità. La pluralità delle presenze, la molteplicità delle provenienze, trova lì un punto fermo che è la fonte della vita di tutti. Credo che la comunità cristiana abbia la responsabilità di affrontare queste vostre domande e che il Consiglio pastorale debba essere intergenerazionale».

L’oratorio di domani

Stefania, educatrice in oratorio degli adolescenti, riflette: «A volte ci chiediamo se – come giovani credenti – stiamo davvero andando nella direzione giusta con le nostre piccole scelte di vita». «Sì, andate nella direzione giusta come testimonia già la vostra presenza – è la risposta -. Ho stima di voi e mi aspetto che proprio voi siate quella catena che trasmette i valori della fede. Ribadisco che la trasmissione della fede è accendere un fuoco – non è solo spiegare la Bibbia o il catechismo -, è l’irradiarsi della gioia, non solo l’insegnamento di una dottrina. Dobbiamo irradiare la gioia piena che i cristiani hanno in sé. Avere la gioia dentro che accende un altro fuoco e pregare per i più giovani: ecco quello che vi raccomando».

Matteo si domanda, invece, «come potere interpretare di nuovo l’oratorio per i giovani». Chiare le parole dell’Arcivescovo: «Non ho la ricetta per sapere come potrà essere l’oratorio di domani, inedito. Però posso dire che l’oratorio in questa città è una benedizione. Che vi sia un luogo dove tutti sono benvenuti è già un messaggio. Immagino un oratorio fatto di esploratori e di inventori, non di realtà residuali. Siete incaricati di trasfigurare l’oratorio in un laboratorio di proposte e in una scuola di futuro, una sorta di “carboneria”, capace di cambiare il mondo con una creatività aggressiva, non per volontà di conquista, ma perché c’è una gioia da condividere. Piuttosto che insistere sull’aspetto organizzativo, seppure attraente e importante, l’impresa più interessante è quella di indicare che vi è un luogo in cui avviene la Pentecoste, per il quale abbiamo qualcosa da dare, da dire, da annunciare. Si tratta di avere un messaggio per trasfigurare il vostro quartiere».

La Chiesa impopolare

Simone, educatore degli adolescenti: «Noi giovani, benché credenti e spesso impegnati nelle attività parrocchiali, sentiamo la distanza e lo scollamento con la Chiesa istituzionale».

«La Chiesa è impopolare e antipatica se la intendiamo come un ente indeterminato contro il quale vengono continuamente lanciate accuse, sospetti, di cui si descrivono scandali, ma raramente si legge di quanto faccia. Per perseguitare la Chiesa bisogna screditarla. Infatti, in moltissimi Paesi del mondo è discriminata, dall’India al Nicaragua, all’Africa e alla Siria. Se leggete le riviste missionarie – invece che informarvi solo in Internet – potete vedere tutto questo. Oggi si è insinuata l’idea che i cristiani siano crociati. La distanza dalla Chiesa è ciò che permette di non dirne la verità. Ma cosa è la Chiesa, chi è? Siete voi, noi preti, le suore, chi si impegna, l’oratorio, la Caritas. L’antipatia è motivata da un’estraniazione. Come si fa ad abbattere tutto questo? Invitando a entrare nelle nostre realtà, dove c’è l’oratorio, la parrocchia, la scuola. Non abbiamo bisogno di grandi discorsi o di campagne pubblicitarie, ma di gente come voi. Dite agli altri che possono pure parlare male, ma non in generale. Il pensiero dei media sulla Chiesa è una sorta di inerzia del pensiero dominante, come dice il Papa».

Il nichilismo e la speranza

Fabio punta l’attenzione sul nichilismo odierno, sulla speranza e il rapporto con il Signore. 

«Un tema – scandisce l’Arcivescovo – decisivo per la nostra fede. La prima riposta che vorrei darvi e che Gesù è un amico, il più importante. Un’amicizia che non è complicità, ma aiuta a diventare migliori perché interpreta il desiderio di avere gioia. Andare a Messa e pregare è ammettere che viviamo di una vita ricevuta, anche quando siamo distratti o ripiegati su noi stessi. L’amicizia, l’eucaristia, la condivisione sono i tre aspetti che voglio sottolineare. La speranza, poi, è un tema di particolare attualità, perché ho l’impressione che il nostro mondo sia disperato, che guardi al futuro quasi smarrito. Si fanno previsioni, ma per la mentalità corrente l’esito finale, l’ultima destinazione, è solo morire. Quando invece c’è la risurrezione, è tutto diverso. Siete incaricati di essere testimoni della speranza. Di fronte al nichilismo del nostro tempo ponetevi le stesse domande dei vostri coetanei e date la risposta più persuasiva: il Vangelo». 

Infine, la recita del Salmo 62, la lettura di brani dell’esortazione post-sinodale Christus vivit, il canto e un momento conviviale, vissuto in semplicità e cordialità, concludono la serata.

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