In Duomo l'Arcivescovo ha presieduto la celebrazione penitenziale per il clero all'inizio della Quaresima. Analoghi riti anche nelle altre Zone pastorali

di Annamaria Braccini

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«Vi chiedo di compiere quello che ci dice il Padre Nostro, “Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Essendo stati riconciliati dovremmo essere ministri di riconciliazione. L’Actio consiste nel perdonare chi ha fatto del male, ha fatto soffrire. Perdona il tuo confratello, le persone con cui collabori e anche il Vescovo o i superiori se, in qualche modo, ti hanno ferito. In questa Quaresima vi domando di essere disponibili per le Confessioni e, se siete parroci, di prevedere una celebrazione comunitaria del sacramento della Riconciliazione sul modello di quella che stiamo realizzando». È questo ciò che l’Arcivescovo chiede a conclusione della Celebrazione penitenziale per il Clero della Zona I, che si svolge in Duomo all’inizio della Quaresima, in contemporanea ad altre simili nelle altre 6 Zone pastorali della Diocesi.

Rito scandito nei momenti dell’ascolto della Parola di Dio, nel brano evangelico tratto dal sesto capitolo di Marco, della Confessio laudis con due brevi testimonianze, della Confessio vitae avviata con l’esame di coscienza di suor Enrica Bonino, dell’Actio indicata appunto dall’Arcivescovo e della Confessio fidei, espressa con la preghiera comune. Centrale, la mezz’ora circa dedicata alla confessione reciproca, individuale, tra i presbiteri.

Le testimonianze

«Nella Lettera Celebriamo una Pasqua nuova, l’Arcivescovo scrive che il tempo di Quaresima è tempo di grazia, di riconciliazione, di conversione – sottolinea nel saluto iniziale il penitenziere maggiore della Cattedrale, monsignor Fasusto Gilardi -. Guidati da queste parole vogliamo, nella preghiera, esprimere un desiderio di santità e il dolore per i nostri peccati. Così questa celebrazione diventa anche punto di riferimento per le comunità che possono essere guidate ad accendere nel cuore e nella vita tale desiderio».

Poi, dopo la lettura del Vangelo, le testimonianze di un parroco e di un diacono permanente, lette sull’altare del Duomo in presenza, ma non dagli autori, e trasmesse in video nelle altre Zone. Le espressioni sono quelle – e non può essere altrimenti – dei tempi segnati dalla pandemia, dai tanti funerali da celebrare (magari da soli), dal dolore, dalla fatica, dalla morte dei confratelli. Giorni, mesi in cui comunque non si è persa la speranza.

«Quel Cristo che fa rinascere la gioia l’ho incontrato nelle parole buone di preti amici, nei gesti semplici di chi porta alla casa parrocchiale un po’ di verdura del proprio orto, nelle persone che ogni mattina aspettano il video che preparo con il commento del Vangelo del giorno, nell’attenzione di chi mi ha dato una mano a rileggere la mia vita con quello che stavo vivendo», per usare le parole del parroco delle piccole 4 parrocchie lontane dalla metropoli, sospese tra la collina e il lago.

«Quante volte abbiamo ascoltato dai diaconi che il primo posto per l’esercizio del nostro Ministero è la famiglia stessa – testimonia il diacono permanente -. Questo momento ci dà la possibilità di vivere l’esperienza di un tempo lungo e denso, in quantità e qualità, con le nostre famiglie, al fine di rendere possibile a ciascuna di essere piccole chiese domestiche, con le loro luci e ombre, per sostenersi a vicenda, per aiutare le speranze e i sogni di ogni membro affinché possano essere realizzati, secondo il progetto che Dio ha per tutti. Essere in grado di accompagnare con tempo e delicatezza se c’è dolore, malattia, frustrazione. Come diaconi e cristiani, questo tempo di pandemia può attivare e rafforzare la nostra umiltà e la nostra identità, perché ri-sperimentiamo che prima di “fare” c’è l’“essere”», conclude ricordando «l’esempio silenzioso di tanti fratelli e sorelle che stanno rendendo reale la sequela di Gesù in favore dell’ultimo».

L’esame di coscienza

Nella Confessio vitae, l’esame di coscienza, secondo la logica degli Esercizi ignaziani, è affidato all’intervento di suor Enrica Bonino delle Suore ausiliatrici delle anime del Purgatorio, insegnante ed educatrice. Una «pratica antica», quella dell’esame di coscienza, che Sant’Ignazio di Loyola eredita e rielabora, focalizzandola sul vissuto personale e «avendo cura di fare memoria di tutte le risonanze spirituali che la vita suscita, per arrivare a riconoscere la guida dello Spirito. L’esame di coscienza è un’occasione e un’opportunità per riscoprire quella pagina di storia sacra che è la nostra vita», scandisce suor Enrica. Quasi un allenamento quotidiano «a diventare liberi e ad accedere all’interiorità dove il Signore ci sta aspettando», come raccomanda il fondatore della Compagnia di Gesù. «In questo tempo chiediamo – aggiunge – di poter riconoscere la presenza del Signore, mettendoci, in primis, sotto il suo sguardo, perché il centro non siamo noi, ma il Signore che accompagna con sguardo attento e presenza costante».

In un secondo momento si tratta di «fare memoria dell’essere figli, della preziosità della vita, dei doni ricevuti». È qui che si apre  «la dimensione relazionale dell’esame di coscienza da vivere con un atteggiamento di fiducia, di conoscenza, di gratitudine». La stessa fiducia che spinge i discepoli a salire sulla barca nella pagina del Vangelo di Marco. «È esercizio di consapevolezza della grazia che è nella nostra vita: dono e punto di partenza per un nuovo inizio, ricordando che, anche nelle difficoltà e nonostante i limiti di ciascuno, ci si può fidare».  

Il terzo passaggio è un ulteriore passo nella consapevolezza. «Occorre ripercorrere questo tempo lasciando emergere gli eventi significativi per dare un nome a ciò che si è vissuto». Il richiamo, suggestivo, è alla “barca” di questa terra, su cui siamo tutti, «con la paura, la pandemia, le restrizioni». «Anche noi ci chiediamo, come i discepoli: Ma Gesù dove è?”. Vi è quasi un distacco che aiuta, però, il cammino del persone, una separazione che sostiene la comunione e la capacità di porre relazioni oltre il pericolo della confusione».

Si prosegue con il riconoscimento di «quando si è sentita una chiamata alla vita e quando alla morte». «Chiediamo l’intelligenza e la profondità di saper distinguere, con altri occhi, la voce della nostra paura da quella della vita, con la “V” maiuscola».

Infine, l’ultimo step. Il pensiero torna al Signore che, ai discepoli impauriti, dice: “Coraggio, sono io, non abbiate paura”. «I discepoli gridano, Gesù, invece, parla, invita a un dialogo a cui anche noi siamo invitati. È questa la parola con cui il Signore rigenera i suoi discepoli. Chiediamo la grazia di essere rigenerati in questo continuo dialogo e di essere, per questo, liberati dalla mancanza di fiducia che, talvolta, si può manifestare nella preghiera; sostenuti dallo spezzare il pane e nell’ascoltare l’altro nella sua complessità e anche nella sua pesantezza. Sostenuti nella possibilità di chiedere perdono per i pregiudizi verso i fratelli e la mancanza di stima. Sostenuti per poterci correggerci, non per diventare perfetti, ma per diventare capaci di amare in modo più profondo. Chiediamo al Signore della vita  la possibilità di un cammino nuovo».

In conclusione, dopo la raccolta delle offerte per i sacerdoti anziani e malati che non fu possibile raccogliere, come tradizione, in  occasione della Messa Crismale 2020, è ancora l’Arcivescovo a ringraziare i presbiteri e a dire: «Siate benedizione per tutti quelli che incontrate».

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