La testimonianza e le riflessioni di don Marco Pavan, don Adriano Valagussa e don Ezio Borsani, i sacerdoti ambrosiani dal novembre scorso “fidei donum” nell’isola centramericana, dove l’Arcivescovo si recherà in visita dal 4 all'8 aprile

Il Crocefisso della chiesa di Contramaestre
Il Crocefisso della chiesa di Contramaestre

Dal 4 all’8 aprile l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, sarà in visita nell’isola di Cuba, dove incontrerà i sacerdoti ambrosiani là inviati nel novembre scorso come fidei donum in due parrocchie: don Ezio Borsani a Contramaestre, don Marco Pavan e don Adriano Valagussa a Palma Soriano. I tre presbiteri ambrosiani ci hanno inviato alcune loro riflessioni: qui di seguito quelle di don Marco e di don Adriano, quella di don Ezio è in allegato.

«Cristo è risorto!», motto più innovativo di mille rivoluzioni

Nella notte del mondo risuona un grido che rompe il gelido silenzio della morte: «Alleluja, Cristo è risorto! La morte e il peccato sono vinti per sempre, Cristo è risorto; ora inizia una umanità nuova». Ma se un grido di gioia riempie la notte, perché il mondo permane nel suo torpore di sempre, incapace di destarsi? Perché Cristo è risorto e la vita continua, inesorabile, esattamente come prima? Perché questa novità di vita non si vede, schiacciata dalla banalità del male e dalla sua noiosa ripetitività?

Non basta piantare un seme nel cuore dell’uomo, per coglierne subito i frutti; non basta che un neonato venga al mondo, perché un uomo sia generato. Occorre la pazienza del contadino, che sa aspettare, che sa vedere segni impercettibili di una vita incipiente, che sa vedere una pianta dove il mondo vede solo terra e sa vedere un frutto dove si scorgono solo foglie; occorre lo sguardo amorevole di una madre che vede il proprio cucciolo crescere e divenire uomo, anche se ogni giorno sembra lo stesso di ieri. In questa attesa, tutto sembra identico a prima, eppure tutto è diverso, per chi ha la novità nel cuore. Noi cristiani siamo così, uomini nuovi in un mondo nuovo, generato nel travaglio della Pasqua, che sta sorgendo sulle macerie della vecchia umanità, forieri di un lieto annuncio, che per alcuni, incapaci di aprire gli occhi e aguzzare lo sguardo, è semplice follia.

La gioia del Vangelo trasforma la vita, perché ne fa cogliere il bello, il buono e il vero che sempre sono presenti, anche se mischiati col fango di un’esistenza priva di slanci verticali. La Pasqua di Gesù rinnova il cuore dell’uomo e lo rende capace di vedere la verità della vita: la salvezza è dono e mai premio, conquistato con gesta di eroe. Vivere dicendo grazie, mendicando sempre briciole dell’amore che tutto sostiene e vivifica, con la fiducia incrollabile di chi è stato testimone dell’impossibile: ecco il compito che ci attende. A noi il mandato di non sbiadire questo annuncio, nella ripetitività sgualcita della quotidianità, ma di abitare le piccole cose della vita con un raggio della vita nuova in Cristo.

«Alleluja, Cristo è risorto!». È il motto più innovativo di mille rivoluzioni, è la vera vittoria cui mai saremmo giunti, è la presenza che mai abbandona. E in questa terra (Cuba) queste parole assumono un significato ancora più vero e denso…

Don Marco Pavan

Sono qui perché Lui mi ha chiamato qui

Cristo è risorto, veramente risorto. Vivo, presente e vincitore sul peccato, sul male, sulla morte. La risurrezione non è solo un fatto in un certo momento della storia e in un certo luogo del mondo, ma il fatto continuamente presente, contemporaneo alla vita di ogni uomo. Un fatto presente, qualcosa che sta accadendo ora. Egli, nella realtà della Chiesa, popolo da lui generato nella storia, si fa compagnia e guida al cammino di ogni uomo. Se è presente, come riconoscerlo? Lo possiamo riconoscere attraverso ciò che egli compie.

La mia vita sarebbe inspiegabile senza la Sua presenza. Al mattino, quando mi sveglio e prendo coscienza di essere qui a Cuba, mi domando: perché sono qui? L’unica risposta è questa: sono qui, Signore, perché Tu mi hai chiamato qui. Non è assolutamente una mia iniziativa. È solo opera tua, alla quale tu stesso mi hai dato la grazia di dire di «Sì». Questo cambia il modo di guardare tutto: la difficoltà della lingua, la mentalità diversa, la fatica di viaggiare per strade impossibili per arrivare là dove ci sono solo poche persone che però desiderano Cristo, il portare il peso di un contesto sociale che ufficialmente non è contrario, ma che di fatto non dà spazio… ciò che prevale non è la lamentela, ma la gioia che il Signore dona. Così è anche lo stupore di fronte a ciò che Lui compie nella vita di queste persone, di questo popolo che per la fede in Cristo ha tanto sofferto.

C’è un particolare nel Vangelo di Pasqua nella liturgia romana: si dice che, di fronte alla scoperta del sepolcro vuoto, prima Maria di Magdala e poi Pietro e Giovanni si mettono a correre. Perché corrono? Perché attirati da Lui. Non perché decidono di correre. È una cosa diversa decidere da sé di correre, dall’essere attirati. Attirati, si corre senza neppure accorgersi di correre. Altrimenti diventa una fatica anche il correre dietro. Quando è evidente che uno corre perché un Altro lo attira, se ne accorge tutto il mondo. È la testimonianza. Attirati da lui presente, risposta al nostro essere uomini, si è resi suoi testimoni. Basta guardare il Papa.

Don Adriano Valagussa

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