La riflessione di uno dei tre sacerdoti ambrosiani “fidei donum” nell’isola centramericana, dove l’Arcivescovo si recherà in visita dal 4 all'8 aprile: «Non evangelizziamo se non coloro che amiamo»

di Ezio BORSANI
Fidei donum ambrosiano a Santiago de Cuba

don Ezio Borsani
Don Ezio Borsani

Dopo Pasqua, dal 4 all’8 di aprile, avremo la gioia della visita del nostro Arcivescovo monsignor Mario Delpini. La nostra esperienza missionaria di servizio alla Chiesa diocesana di Santiago de Cuba, per me ora nella parrocchia di Contramaestre, è espressione della missionarietà della Chiesa di Milano. Missionari in altri paesi per diventare capaci di essere missionari in casa nostra.

Continua il mio cammino di inserimento nella realtà molto particolare di Cuba. Missione significa ascoltare, conoscere, condividere, partecipare, accettare… tutti atteggiamenti che portano all’incontro con le persone, una società, una cultura e una storia, fino alla «comunione», per arrivare ad «amare»: non evangelizziamo se non coloro che amiamo.

La situazione ecclesiale che incontro qui a Contramaestre è quella di una Chiesa di minoranza. Siamo pochi. La maggioranza vecchi. Molti comunque sono indifferenti alla fede, estranei alle cose della religione, non sanno nulla riguardo alla Chiesa e alle pratiche religiose perché non hanno ricevuto nessuna formazione al proposito.

Stiamo pensando in che direzione muoverci, e ci sentiamo spinti dallo Spirito oggi a percorrere questi due cammini: da Emmaus a Gerusalemme, e da Gerusalemme a Gerico, per usare due immagini del Vangelo di Luca. Da Emmaus a Gerusalemme, come per i due discepoli che hanno riconosciuto il risorto. «Ma egli sparì dalla loro vista»: così sembra anche a noi. Ma se sparisce dalla vista è perché riconosciamo che il futuro non sta nell’Emmaus tranquillo, ma nella minacciosa Gerusalemme: si deve andare ad annunciare, anche correndo il rischio del rifiuto e dell’insuccesso. La missione. Che per noi è uscire dalla nostra chiesetta, dalle nostre riunioni, dalle nostre consuete devozioni, per entrare nelle case, visitare, incontrare, sentire e capire la vita della gente nel quotidiano, nelle attese e desideri, nelle paure e sconforti che prova. E fare la proposta della vita cristiana.

L’altro cammino, da Gerusalemme a Gerico, è quello del Samaritano che incontra l’uomo ferito, a terra, solo. Ci si deve fermare per curare le ferite e si deve continuare il cammino con l’altro, che abbiamo rimesso in forza perché resti in piedi di nuovo con le proprie gambe. È l’esercizio della carità. Questi due cammini ci sono indicati anche dai vescovi della Chiesa cubana, con parole coinvolgenti e illuminate nel programma pastorale nazionale. Così pensiamo di rinnovare la vita di questa nostra comunità. Ci saranno scelte da fare, cose da lasciare, nuovi impegni da assumere, una nuova spiritualità che ci guidi. Abbiamo anche fiducia nei piccoli passi, nella piccolezza dei semi da gettare nel terreno.

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