Presentata «Gaudete et Exsultate», la terza Esortazione apostolica del Pontefice che sottolinea: «La vita cristiana è una lotta costante contro il diavolo... I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante»

«Gaudete et Exsultate»

«Non aver paura» della «santità della porta accanto» è l’imperativo che fa da sfondo alla terza esortazione apostolica di papa Francesco – dopo l’Evangelii Gaudium e l’Amoris LaetitiaGaudete et Exsultate, resa pubblica oggi. Alla conferenza stampa sono intervenuti monsignor Angelo De Donatis (vicario generale del Papa per la Diocesi di Roma) il giornalista Gianni Valente e Paola Bignardi, dell’Azione Cattolica.

«Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità», scrive il Papa, spiegando che i santi non sono solo «quelli già beatificati e canonizzati», ma il «popolo» di Dio, cioè ognuno di noi, che può vivere la santità come un itinerario fatto di «piccoli gesti» quotidiani. «La santità è il volto più bello della Chiesa», afferma Francesco, che sulla scorta di san Giovanni Paolo II ricorda che «anche fuori della Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti lo Spirito suscita segni della sua presenza», come dimostra la testimonianza dei martiri, «divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti».

«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente – scrive il Papa -. Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante». È questa la «santità della porta accanto», la tesi del Papa, che elogia anche il «genio femminile» che «si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo». Francesco cita Ildegarda di Bingen, Brigida, Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, Edith Stein, per sottolineare che «anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa». Ma la storia della Chiesa, sottolinea il Papa, la fanno anche «tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza».

«Non è sano evitare l’incontro con l’altro»

«Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, in cui esorta a «vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione» e a fuggire «la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore». No, quindi, alla «ansietà», all’“«orgoglio», alla «necessità di apparire e di dominare»: in un mondo in cui «tutto si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori a una velocità sempre crescente», bisogna «fermare questa corsa febbrile» per recuperare, attraverso il silenzio, «uno spazio personale» e «guardare in faccia la verità di noi stessi, per lasciarla invadere dal Signore».

L’altra tendenza stigmatizzata dal Papa è quella ad «assolutizzare il tempo libero, nel quale possiamo utilizzare senza limiti quei dispositivi che ci offrono divertimento e piaceri effimeri».

Gnosticismo pericolo anche nella Chiesa

«Un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica». Un «elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare». Così il Papa, nella Gaudete et Exsultate, definisce lo gnosticismo, pericolo da evitare insieme al suo opposto: il pelagianesimo. «Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana», precisa Francesco a proposito del «fascino ingannevole», intriso di «vanitosa superficialità», che caratterizza la prima eresia: «Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione», che «assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti» e pretendono «di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto». «Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita – ammonisce il Papa -. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito più che dai nostri ragionamenti, possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana». «Non possiamo pretendere che il nostro modo» di intendere la verità «ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri», denuncia il Papa ricordando che «nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana che, nella loro verità, aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola». No, allora, alla «pericolosa confusione» che consiste nel «credere che, poiché sappiamo qualcosa o possiamo spiegarlo con una certa logica, già siamo santi, perfetti, migliori della “massa ignorante”», ammoniva già Giovanni Paolo II, mettendo in guardia dalla «tentazione di sviluppare un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli».

La Chiesa non è possesso di pochi

«Non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa». Nella Gaudete et Exsultate il Papa cita i padri della Chiesa per mettere in guardia dall’altra eresia antica che, insieme allo gnosticismo, minaccia ancora oggi la vita della Chiesa: il pelagianesimo. I nuovi pelagiani, spiega Francesco, sono coloro che credono nella «giustificazione mediante le proprie forze», dando luogo a un «autocompiacimento egocentrico ed elitario» e si manifesta «in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e il prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale». «Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in possesso di pochi», la denuncia di Francesco, secondo il quale questo accade quando «alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili». In questo modo, «gruppi, movimenti e comunità», che «tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, poi finiscono fossilizzati o corrotti». «Esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale», scrive il Papa a proposito della «pienezza» della fede cristiana, che si può riassumere «in un solo precetto: Amerai il prossimo come te stesso». «In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – l’immagine scelta da Francesco – Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte».

Una persona che dorme al freddo è «un essere umano con la mia stessa dignità»

«Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità. Questo è essere cristiani!»: nel terzo capitolo della Gaudete et Exsultate, il Papa si sofferma ancora una volta sullo spirito delle beatitudini come la Magna Charta del cristiano, e traccia così l’identikit della santità: «Saper piangere con gli altri. Cercare la giustizia con fame e sete. Guardare e agire con misericordia. Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore. Seminare pace intorno a noi. Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri i problemi». La grande regola di comportamento del cristiano, in base alla quale saremo giudicati, è quella racchiusa nel Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

La situazione dei migranti non è «marginale»

La situazione dei migranti non è «marginale», o «un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica». Ad affermarlo è il Papa, che nella Gaudete et Exsultate mette in guardia da «due errori nocivi». Da una parte ci sono quei cristiani che riducono il cristianesimo a una «sorta di Ong», separando le esigenze del Vangelo «dalla propria relazione personale con il Signore». «Nocivo e ideologico – aggiunge però il Papa – è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono».

Poi Francesco scende nei dettagli con un esempio concreto: «La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto». «Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale – la denuncia del Papa – sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica». «Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli». «Non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero», precisa Francesco, che cita l’Esodo sul forestiero: “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”. L’invito da raccogliere è inoltre quello del profeta Isaia, che spiega come ciò che è gradito a Dio «consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti».

No allo «stordimento» virtuale

«Il consumismo edonista può giocarci un brutto tiro, perché nell’ossessione di divertirsi finiamo con l’essere eccessivamente concentrati su noi stessi, sui nostri diritti e sull’esasperazione di avere tempo libero per godersi la vita»: ne è convinto il Papa, che nella Gaudete et Exsultate esorta a coltivare «una certa austerità» e a lottare «contro questa febbre che ci impone la società dei consumi per venderci cose, e che alla fine ci trasforma in poveri insoddisfatti che vogliono avere tutto e provare tutto». «Anche il consumismo di informazione superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli», il grido d’allarme di Francesco: «In mezzo a questa voragine attuale, il Vangelo risuona nuovamente per offrirci una vita diversa, più sana e più felice».

«Violenza verbale» anche sui siti cattolici

«Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale tramite internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale»: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, in cui fa notare che «persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui». Così, per Francesco, «si verifica un pericoloso dualismo, perché in queste reti si dicono cose che non sarebbero tollerabili nella vita pubblica, e si cerca di compensare le proprie insoddisfazioni scaricando con rabbia i desideri di vendetta». «È significativo che a volte – aggiunge il Papa – pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”, e così si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è “il mondo del male”». «La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale, perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore», la ricetta di Francesco: «Il santo non spreca le sue energie lamentandosi degli errori altrui, è capace di fare silenzio davanti ai difetti dei fratelli ed evita la violenza verbale che distrugge e maltratta». «Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giudici spietati, considerare gli altri come indegni e pretendere continuamente di dare lezioni», il monito del Papa: «Questa è una sottile forma di violenza».

«Il santo ha il senso dell’umorismo»

«Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, tracciando un identikit della santità cristiana nel quotidiano. «Il malumore non è segno di santità», spiega Francesco citando l’esempio di san Tommaso Moro, san Vincenzo de Paoli o san Filippo Neri: quella del cristiano «è una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza, che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani». «Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi – precisa il Papa -. Il consumismo non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa».

«La Chiesa non ha bisogno di burocrati e funzionari»

«La Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita”. A ribadirlo è il Papa, che nella Gaudete et Exsultate ricorda che «i santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante». «Dio è sempre novità», ripete Francesco: «Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza e della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Va sempre al di là dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si è fatto periferia. Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì». No, quindi, al «torpore» e all’«inerzia»: «Sfidiamo l’abitudinarietà – l’invito – apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della parola viva ed efficace del Risorto».

No a «corruzione spirituale», sì a «discernimento»

La vita cristiana «è una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male». Per provarlo il Papa, nella Gaudete et Exsultate, cita il Padre nostro, la preghiera in cui Gesù chiede al padre che «ci liberi dal Maligno»: espressione che «non si riferisce al male in astratto», ma «indica un essere personale». Il diavolo, dunque, non è «un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura, un’idea»: quando la Parola di Dio «ci invita esplicitamente» a resistere alle insidie del diavolo, ci ricorda che «il nostro cammino verso la santità è una lotta costante: chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità». Nella sua terza esortazione apostolica, Francesco stigmatizza inoltre la «corruzione spirituale», che «è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità». Per sapere «se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo» l’unico modo è il discernimento, spiega il Papa, «che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è un dono che bisogna chiedere».

I giovani «esposti a uno zapping costante»

«Tutti, ma specialmente i giovani, sono esposti a uno zapping costante». È l’analisi del Papa, che nella parte finale della Gaudete et Exsultate fa notare che oggi «è possibile navigare su due o tre schermi simultaneamente e interagire nello steso tempo in diversi scenari virtuali». «Senza la sapienza del discernimento – il grido d’allarme di Francesco – possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento». Il discernimento, per il Papa, serve, per esempio, quando compare una «novità» nella nostra vita, o quando «le forze del male ci inducono a non cambiare, a lasciare le cose come stanno, a scegliere l’immobilismo e la rigidità, e allora impediamo che agisca il soffio dello Spirito». Ma è «necessario non solo in momenti straordinari, o quando bisogna risolvere problemi gravi, oppure quando si deve prendere una decisione cruciale»: di qui l’invito a «non tralasciare di fare ogni giorno, in dialogo con il Signore che ci ama, un sincero esame di coscienza». Il discernimento, conclude Francesco, «non è un’autoanalisi presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio, che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli»: «ci libera dalla rigidità» e dalla tentazione di «ripetere il passato».

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