L'Arcivescovo ha presieduto la celebrazione eucaristica presso la grotta di Lourdes con tutti i pellegrini

di Annamaria Braccini

Lourdes
©Foto Unitalsi

La lunga processione dei concelebranti che seguono la croce del Sinodo fino alla grotta di Massabielle. L’azzurro screziato del cielo del mattino che si confonde con il celeste mariano dominante nelle vesti liturgiche, nelle insegne delle Associazioni, nei paramenti donati da Giovanni Battista Montini al Santuario al termine del pellegrinaggio del 1958 e indossati da monsignor Delpini e dal Diacono.
È la Celebrazione eucaristica, presieduta in Rito ambrosiano, dall’Arcivescovo nella memoria della Vergine Addolorata a cui partecipano oltre 2000 pellegrini che si affollano anche al di là del fiume Gave, come in una grande Cattedrale all’aperto.
La croce con Maria e Giovanni ai piedi del Signore sembrano materializzarsi, nell’omelia.
«Stanno presso la croce gli arrabbiati; quando il dolore esaspera, la vita sembra una punizione e la sofferenza inflitta da altri uomini, dagli eventi, dalla vita, fa arrabbiare, fa bestemmiare, come il ladrone crocifisso con Gesù, come molti sui letti degli ospedali, come molti nelle situazioni di sofferenza, di oppressione, di ingiustizia».
È lì che ci sono anche «gli indifferenti, quelli che passano, guardano, tirano diritto» e «i beffardi, quelli che si prendono gioco dei vinti e trovano motivi per scaricare sui deboli e sugli oppressi la loro aggressività, il loro disprezzo, il loro scherno».
Ma, ai piedi della croce, stanno anche i credenti, coloro che ascoltano.
«Il momento è tragico, la sconfitta e l’abbandono sono desolanti, eppure loro ascoltano, perché questo signfica credere: ascoltare Cristo perché solo da lui passano parole di vita eterna. Gli altri fanno rumore, insultano, gridano, bestemmiano, ridono. Eppure loro ascoltano. Ecco come si possono definire i credenti: quelli che ascoltano».
E questo «non per piangere una persona cara condannata a morte, non per farsi coraggio a vicenda con patetiche consolazioni e non per condividere la rassegnazione all’inevitabile e all’irrimediabile. Infatti, i credenti professano la certezza che, da quel morire, viene ancora una parola, che, da quel soffrire, ancora una consolazione, che, da quel finire, ancora un inizio: che dalla scena della croce si può proclamare a tutti la verità e il frutto di quello stesso soffrire».
Da qui nasce la Chiesa, la nuova comunità. «Quindi, in questo luogo che ci ha radunati intorno alla Madre, noi partecipiamo con passione agli eventi che stiamo vivendo -il riferimento è al Sinodo minore e a quello dedicato ai giovani – e alle trasformazioni».
Ma come sarà questa Chiesa che nasce dalle parole di Gesù? Quale è il volto della Comunità che si impara stando presso la croce? «Maria rappresenta la figlia di Sion, il popolo di Israele, Giovanni la novità, la giovinezza della chiamata, tutte le genti, la comunità dei discepoli, un nuovo inizio». Giovanni, il discepolo amato che prende con sé Maria, creando la Comunità che raduna i popoli e ne fa un popolo solo, un’anima sola.
«Una Comunità non costituita dall’inerzia della tradizione, dalla ripetizione delle abitudini. Tutte le tradizioni culturali della terra sono invitate a essere un cuor solo. Tutti siamo figli dell’unico Padre e nella Chiesa di Dio non ci sono stranieri, “noi” e “gli altri”.
La Chiesa universale è quella dove «le differenze non dividono, le diverse abitudini non diventano disagio, dove ci si può guardare e riconoscersi fratelli e sorelle».
«È la comunità che è mandata per portare il lieto annuncio ai miseri, per fasciare le piaghe dei cuori spezzati, per proclamare la libertà agli schiavi e promulgare l’anno di misericordia del Signore. Che percorre la terra per riempirla di benedizioni e che, attraversando anche la valle del pianto, la trasfigura in sorgente».
E, poi, ancora un’altra caratteristica modellata sulla Comunità primigenia di Maria e dei discepoli. «Noi non siamo un popolo che vuole potere e prestigio o che vuole essere riverito e riconosciuto», proprio perché «riconosce nel Signore colui che è venuto per servire e non per essre servito».
Infine, una terza consegna, forse più complessa da onorare, anche come credenti, per la mentalità di oggi: «La comunità che nasce dalla croce sperimenta che appunto la croce non è un’obiezione all’amore di Dio, ma una via per impararlo. Tante volte il soffrire, la disgrazia, la malattia viene considerata quasi uno scandalo. Dal pregiudizio istituito dall’umanità nasce un’obieziine all’amore di Dio. Noi non abbiamo nessuna pretesa do conoscere Dio, ma conosciamo Gesù».
Il Figlio crocifisso, insultato e rifiutato, volto di un amore misericordioso che porta su di sé il soffrire di tutti.

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