Si è tenuta in Curia la conferenza stampa in vista della canonizzazione di Montini - Paolo VI

di Annamaria Braccini

eredità pastorale di Paolo VI

«Fare presto. Fare tutto, fare bene, fare lietamente». A dirlo e a scriverlo fu – e qualcuno, forse, ancora rimane stupito – Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e, poi, papa Paolo VI.

A lui, alla sua figura che, come sempre accade per i veri profeti e santi, più passa il tempo, più appare nella sua grandezza, è stata dedicata la Conferenza stampa svoltasi nella Cappella Arcivescovile della Curia di Milano in vista del pellegrinaggio diocesano per la Canonizzazione, appunto, di Montini stesso.

Presente l’Arcivescovo, gli storici Giorgio Vecchio e monsignor Ennio Apeciti, hanno così delineato le caratteristiche peculiari del futuro Santo (tale diventerà il 14 ottobre in piazza San Pietro con la Celebrazione presieduta da papa Francesco).

Nella Cappella dove lo stesso Arcivescovo bresciano aveva più volte celebrato e pregato – come ricorda, in apertura, don Walter Magni responsabile dell’Ufficio delle Comunicazioni Sociali della Diocesi – l’immagine viva di Montini, per così dire, sembra farsi presente. Lui, con la sua idea di un’evangelizzazione moderna e coraggiosa, radicata nel rapporto con Cristo e aperta la mondo.

Lui, prete, Vescovo, Cardinale, Papa e Santo «sempre alla ricerca del dialogo con rispetto dell’interlocutore, con nel cuore quella Milano che diventa il posto giusto per cercare di sperimentate un rapporto con la civiltà moderna proficuo e non solo di condanna», spiega il professor Vecchio.

Montini che capì la metropoli e, attraverso la città laboratorio di modernità, l’Italia intera mentre cresceva a vista d’occhio con il boom economico – proprio il 1963 segna la fine del quinquennio di maggior crescita del Paese con un Pil che aumentava, su base annua, del 6/7 % – con il cambiamento del costume, la modernizzazione sociale e anche legislativa, che non poteva non ripercuotersi sulla Chiesa e sulla Pastorale. Senza dimenticare, naturalmente, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, la situazione internazionale sospesa tra i blocchi contrapposti e i venti di guerra, nuove speranze di dialogo e di pace.

«Il rapporto con Milano aiutò Montini a capire che l’Italia non era più quella società naturalmente cattolica che aveva la fede per DNA. Insomma, pur comprendendo che la società ormai, e sempre più, era soggetta alla scristianizzazione, non si rassegna e concretamente insiste sulla riscoperta della Liturgia ambrosiana quale strumento di incontro; sulla predicazione e la catechesi da realizzare in termini cordiali, chiari e comprensibili».

E, ancora il Pastore di Milano ha ben chiara «la centralità della parrocchia che non è solo una sede organizzativa e burocratica, ma è spazio di vita viva; l’attenzione al mondo del lavoro, tanto da accettare con piacere la definizione di “Arcivescovo dei lavoratori”».

Il pensiero va alla Missione di Milano e «alla presenza fisica della Chiesa nelle nuove periferie, con la promozione del Piano “Nuove Chiese” che portò alla costruzione, nel periodo dell’Episcopato ambrosiano montiniano, dal 1955 al 1963, di ben 123 nuovi edifici di culto.

«Il clou è la grande Missione del 1957, imponente per gli sforzi di predicazione, ma anche perché, a differenza di analoghe iniziative in Italia, non è la riproposizione di regole dottrinarie, ma sceglie di indicare al popolo la paternità di Dio, diremmo oggi con Francesco, la misericordia».

Pur con i due problemi aperti del rapporto delicato con Roma e con la politica in particolare per la questione del Centro sinistra (Montini fu critico dell’apertura ai socialisti, ma cercò di non pronunciare condanne), ciò che rimane è «un’esperienza sul campo, capace di confrontarsi con la modernità e i suoi cambiamenti».

Come l’ormai Paolo VI disse al cardinale olandese Johannes Willebrands: “Ho conosciuto la Chiesa a Milano».

L’intervento di monsignor Apeciti

È monsignor Ennio Apeciti, delegato episcopale per il Processo di Canonizzazione e Beatificazione di Paolo VI, consultore della Congregazione delle Cause dei Santi, a illustrare un affresco composito dell’iter sia della Causa di Beatificazione – già nel 1980 la Conferenza Episcopale Argentina esprime il desiderio di iniziare la Causa e comincia e lo stesso avviene in Italia con lettera ufficiale della Segreteria di Stato al vescovo di Brescia, Luigi Morstabilini in data 25 gennaio 1980 – che di Canonizzazione di Giovanni Battista Montini. I moltissimi testi auditi (solo nella Fase diocesana a Milano, tra il febbraio 1994 e il 1995, furono 71), i due miracoli, l’approfondimento dei diversi momenti vissuti dal Santo e le cariche da lui ricoperte: tutto concorre alla sicurezza unanime intorno alla sua fama di santità.

«Rimase sempre profondamente innamorato di Dio e del suo sacerdozio. Fu indomito nell’amore per la Chiesa e visse con forza la speranza, al di là di interpretazioni ideologiche stantie». E questo anche quando sembrava lottare nel cuore di un ciclone ecclesiale (portando a termine il Concilio Vaticano II contro ogni critica), mediatico (con la promulgazione dell’Enciclica Humanae Vitae), esistenziale (durante il rapimento dell’amico Aldo Moro e la lettera agli uomini delle Brigate Rosse), storico (allorché indisse l’Anno Santo del 1975, osteggiato da molti e che, pure, per l’Udienza generale del 14 giugno di quell’anno, radunò in piazza San Pietro più di 100.000 persone).

Le conclusioni dell’Arcivescovo

«La Canonizzazione è un evento che ci tocca profondamente. Mi pare che siamo riusciti a convincere il mondo che Milano è una meta desiderabile, che è la città della moda e dell’’innovazione, dove tanti vengono a studiare», osserva monsignor Delpini che aggiunge. «Ma Milano è anche una terra di santi. E, quindi, possiamo avere fierezza perché proprio qui Montini ha imparato a capire la Chiesa e a fare il Vescovo».

«Questa Canonizzazione non è stata collocata a caso nel Sinodo sulla fede e il discernimento dei giovani. Credo che possiamo chiedere a Paolo VI di intercedere perché tutti giovani del mondo abbiano speranza. Una speranza cristiana che è fiducia nelle promesse di Dio. Mi pare che la speranza sia custodita nel gruppo di coloro che sono persuasi che valga la pena di vivere come cristiani. Cerchiamo giovani che siano custodi della speranza, che sappiano essere messaggeri di gioia e testimoni nel mondo, ricordando quello che Montini ha cercato di ricordare a Milano, ossia che Dio è Padre, che gli uomini sono chiamati a essere fratelli, che la civiltà dell’amore è una responsabilità e un programma di vita per tutti, per chi ha a cuore l’umanità e il suo futuro».

Infine, don Massino Pavanello, responsabile del Servizio per la Pastorale del Turismo e i Pellegrinaggi, comunica gli appuntamenti, le cifre e gi adempimenti del Pellegrinaggio che vedrà a Roma 2500 ambrosiani, guidati dall’Arcivescovo con 7 Vescovi ausiliari, 12 Vicari Episcopali e 130 tra sacerdoti e diaconi. da sabato 13 a lunedì 15 ottobre prossimi

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