L’Officina generale dell'Azienda ha ospitato l'ultima visita nei luoghi di lavoro in vista del 1° maggio

di Annamaria BRACCINI

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«Sono qui per dire grazie a voi lavoratori di Atm che garantite una presenza quotidiana per tutta la città di Milano; per il fatto che i mezzi pubblici sono sempre stati a disposizione, anche nei momenti di lockdown, e perché so che l’Azienda vuole assumere».
Sono tanti i motivi che hanno portato l’Arcivescovo a scegliere, come tappa milanese del suo “pellegrinaggio” nei luoghi di lavoro, i grandi e storici spazi che ospitano, dal 1928, l’Officina generale, appunto, dell’Azienda Trasporti Milanesi. «Un laboratorio in cui si è ininterrottamente continuato a lavorare, un luogo sensibile», come dice Arrigo Giana, direttore generale di Atm, ringraziando, a sua volta, il vescovo Mario dell’attenzione dimostrata e presentando la rappresentanza di lavoratori – uno di loro porta lo striscione, anch’esso storico, del Nucleo Acli-Atm – riuniti distanziati e all’aperto per partecipare all’incontro e alla preghiera.
In vista della Festa del 1 Maggio, in un anno certamente diverso dagli altri, sono questi i sentimenti condivisi a cui dà voce il Pastore di quella città dove la possibilità di nuovi posti di lavoro non può che essere un motivo di grande speranza, pur in un momento così grave e complesso per l’economia e il mondo dell’occupazione. Assumere significa – nota, infatti l’Arcivescovo – «non soltanto garantire un servizio, ma dare la possibilità ad altri di guadagnare il pane. Atm è un messaggio di simpatia e di servizio qualificato per Milano. Servizio che è «anche aperto perché collega tutta la città» e tutti, senza distinzioni, salgono sui mezzi promuovendo «quello stile di buon vicinato» che è particolarmente caro al vescovo Mario e che è anche una delle parole-chiave del suo Messaggio per la Festa del Lavoro.
Due le letture proposte, dopo le parole introduttive: l’una tratta dalla “Patris corde” e l’altra dal Libro del Siracide. «La prima con la presentazione di un lavoro apprezzato, come è quello del carpentiere Giuseppe nella Lettera del Papa e, la seconda, con un lavoro che, seppure necessario, non riceve adeguato riconoscimento. Questi due aspetti sono complementari e così bisogna considerarli per non idealizzare, ma nemmeno perdere la speranza». L’invito è «al realismo senza togliere nulla al lavoro come promozione sociale, ma anche alla fatica che esso può comportare».
«Siamo chiamati – prosegue l’Arcivescovo – a scrivere una pagina nuova qui come nel resto della società. I mesi del Covid hanno creato una specie di interruzione della normalità, e, allora, come rincominciare?».
La risposta è chiara. Laddove le grandi manifestazioni popolari che segnavano ogni Festa del Lavoro paiono oggi «superate», non unicamente a causa della pandemia, ma dalla storia stessa «perché il mondo è cambiato per tante e diversificate nuove sensibilità e dinamiche sociali», nuove devono essere anche le parole. 5 quelle suggerite: «anzitutto “fiducia”, guardando alle situazioni non come luogo di contrapposizioni e di conflitti permanenti – cui prepararsi come se si andasse in guerra – , ma offrendo reciprocamente competenze, con fiducia gli uni verso gli altri».
Poi, la solidarietà. «I lavoratori sono forti quando sono uniti, non come una corporazione che difende solo i propri diritti, ma come una popolazione che sa di doversi preoccupare anche per gli altri». È questo «il senso di appartenenza a un unico corpo e società».
Terzo: l’alleanza. «Di fronte a soggetti legittimamente diversi, in questo momento mi pare necessario stringere alleanze tra Ente pubblico e iniziativa privata, tra le differenti forme di aggregazione sindacali, tra i lavoratori e azienda, tra le diverse associazioni. Ciascuno deve lottare per i propri giusti interessi, ma con l’atteggiamento di una condivisione degli obiettivi».
E, ancora, il “buon vicinato”, «cosa che non si scrive nei regolamenti e nei contratti». perché è uno stile di vita. Voi avete a che fare con il pubblico – scandisce il vescovo Mario – e sapete che chiunque salga su un mezzo è persona da trattare con attenzione. È questo il buon vicinato – nel vostro lavoro, tra utenti e responsabili del servizio -, ma anche nella vita ordinaria, senza mai abbandonare nessuno». Il buon vicinato, insomma, come il contrario dell’indifferenza.
Infine, la carità «che è l’atteggiamento di chi è animato da compassione per gli altri. Carità che va oltre quello che spetta di diritto e che è capace di generosità e soccorso, talvolta, necessari nella città e nella vita».
E tutto questo legato nella e con «la preghiera e il rapporto con Dio sentito come alleato perché quello che dobbiamo fare sia una storia umana da vivere con senso di responsabilità per i talenti che abbiamo ricevuto».
«Siate benedizione per chi vi incontra», conclude l’Arcivescovo che, accompagnato dal direttore Giana, ingegneri e maestranze, visita il grande capannone di 8000mq dell’Officina generale (200 gli addetti), dove si svolgono le attività manutentive di carrozze della metropolitana e tranviarie, dalle vetture del 1928 ai modernissimi jumbotram di ultima generazione. A vegliare è la statua della “Madonna dei tranvieri” posta nel 1958 dall’arcivescovo Montini e visitata dai suoi successori.
10.000, in totale, i dipendenti di Atm che, quest’anno “compie” i 90 anni, e che intende rilanciare il proprio servizio con assunzioni di personale, ma anche aprendosi a sfide inedite, certamente sollecitate e imposte dall’andamento pandemico che, negli ultimi 2 anni, ha fatto registrare un calo drammatico degli utenti. Se oggi ci si assesta su un 40% di utenti in meno rispetto al 2019 (il limite attualmente è del 50% delle presenze rispetto alla capienza delle singole tipologie dei mezzi), vi sono stati momenti in cui il calo, in zona rossa, è stato del 90%.
Da qui la ricerca di nuovi mercati e partner (Atm già gestisce, ad esempio, la metropolitana di Copenaghen), sempre nella logica e nel rispetto delle proprie competenze e fini aziendali.

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