Don Mario Antonelli, vicario per l’Educazione e la celebrazione della fede, riflette sul senso della solennità legata ai Magi, sulla missione evangelizzatrice della Chiesa e sui «segni di verità e di santità» che vengono dal cammino del Sinodo minore

di Annamaria Braccini

I Magi, la stella, la via per trovare il Signore. Liberata dal peso di un folklore da sempre incombente, la vicenda dei sapienti venuti da Oriente parla direttamente al cuore anche dei cristiani del Terzo millennio, smarriti, increduli, incapaci troppo spesso di alzare lo sguardo per vedere il frammento di infinito che brilla ovunque. Soprattutto nella piccolezza, come dice don Mario Antonelli, vicario episcopale per l’Educazione e la celebrazione della fede.

L’Arcivescovo ha scritto che «basta una stella, come fosse una fessura nelle tenebre, a far intravedere la luce che avvolge ogni cosa». Ma le persone hanno ancora voglia di un annuncio di speranza?
L’immagine della stella mi ricorda un passaggio molto noto di Christian Bobin: «In cielo c’è una stella per ognuno di noi, sufficientemente lontana perché i nostri errori non possano mai offuscarla». La stella getta luce sulla storia personale e collettiva e, quindi, aiuta anche a illuminare le tenebre, a snidare gli errori della propria vicenda personale, a cogliere indolenze, così come a percepire cammini ancora da osare. La stella è la stella della piccolezza di Betlemme, in cui prende carne il Figlio di Dio e, dunque, quella che raccomanda il senso della piccolezza, dove sta la dignità di ciascuno. Forse oggi è questo senso che manca, non solo al mondo con le sue tante ingordigie, ma anche alla Chiesa.

San Paolo VI diceva: «Venite perché siete attesi». Come può declinarsi, oggi, questa necessità di andare incontro a tutti i popoli?
La parola di Paolo VI implica una verità molto semplice: se siamo attesi, è perché siamo stati e siamo cercati; è perché c’è un chiamare di Dio che risuona dove ciascuno vive. Se la Chiesa proclama semplicemente un «Venite», senza farlo precedere da un “andare”, purtroppo lascia intendere che per ascoltare la voce di Dio, si debba venir via dalla vita. Ritengo che la riflessione che si sta avviando in Diocesi in modo molto preciso sul Decanato abbia proprio questa ragione profonda, ossia di far risuonare in modo davvero convincente questo «Venite perché siete attesi». «Venite» che avrà un esito positivo solo a condizione che non si trascuri il tempo presente con i suoi mutamenti epocali. Per esempio, coltivando attenzione alla comunicazione digitale senza mai, per questo, perdere di vista quella regola d’oro dell’evangelizzazione che è il parlare da cuore a cuore.

Il Sinodo minore è stato significativamente intitolato non «Chiesa alle genti» o «delle genti», ma «dalle genti». Quali ricchezze i cristiani di etnie diverse possono portare alle nostre comunità?
Il termine “ricchezze” evoca l’immagine di quel pellegrinare appassionato dei Magi fino a Gesù e il loro offrire i doni. Però mi porta anche a ricordare il testo di Lumen gentium 13, dove si dice che bisogna ripensare la Chiesa come “cattolica”, in quanto comunione delle Chiese e, quindi, comunione dei cristiani provenienti da etnie diverse. Ho l’impressione che attualmente, la missione sia sentita e praticata perlopiù come elargizione assistenziale di pur necessari aiuti materiali, mentre tendiamo a dimenticare che si tratta di cogliere anzitutto le ricchezze spirituali che i cristiani venuti da lontano offrono alla Diocesi. Si tratta di vedere questi nostri fratelli cristiani come portatori di frammenti preziosissimi della Parola di Dio e, perciò, di segni di verità e di santità, che riflettono la bellezza stessa di Gesù. Soltanto tessendo trame di “buon vicinato”, percorsi di un reciproco “farsi prossimo”, condividendo case, mense, luoghi di lavoro, oratori, si attiva la dinamica dello scambio che fa riconoscere le ricchezze di ciascuno.

I Magi indicano una strada da percorrere. A cosa è più urgente mettere mano per ritrovare percorsi di dialogo?
Se ci lasciamo condurre dalla musica dei giorni dell’Epifania, ritengo che una priorità vada ascritta all’invito venuto dall’Arcivescovo a pensare. I Magi sono i sapienti, coloro che osservano, che indagano, e proprio in quanto capaci di questa consuetudine al pensiero, rimangono capaci di uno stupore che diventa desiderio e che li conduce a una grande gioia. I Magi mi sembrano, davvero, l’icona di quel pensiero a cui ci richiama il vescovo Mario: un pensiero che, se è tale, è aperto effettivamente agli altri e, allora, si fa domanda e ricerca prospettando la bellezza di ogni uomo e donna.

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