Dal 1950 il Cuamm è impegnato in prima linea a dare un futuro alle popolazioni nei rispettivi Paesi. Da sei anni è operativo il progetto «Prima le mamme e i bambini». Lo illustra il direttore

di Pino NARDI

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Don Dante Carraro

«In questo momento storico ci deve essere una convergenza tra istituzioni anche internazionali e gente come noi, che in Africa è impegnata sul campo. Occorre far sinergie attorno all’Africa subsahariana. È così che creiamo anche una risposta al tema migratorio, che non verrà risolto, ma riceverebbe un impulso positivo molto forte». Don Dante Carraro è il direttore di Medici con l’Africa Cuamm, storica organizzazione di Padova che ha salvato migliaia di vite nel Continente nero. Dal 1950 è impegnata in prima linea a dare un futuro agli africani nei loro Paesi. L’11 novembre promuove ad Assago (Milano) l’annuale meeting per illustrare gli obiettivi raggiunti.

In che cosa consiste il progetto «Prima le mamme e i bambini»?
È un progetto che nasce da motivi etici, scientifici e di contesto internazionale. Etici: muoiono troppe mamme e bambini di parto – che non è una malattia, ma un diritto fondamentale – concentrati in gran parte nell’Africa subsahariana dove abbiamo fatto la scelta di essere presenti. Sono quasi 400 mila le mamme che ogni anno muoiono di parto e 6-7 milioni i bambini sotto i cinque anni. Scientifici ed epidemiologici: il collo di bottiglia della sanità è proprio legato a mamme e bambini. I numeri di morti legate a questo rispetto alle cardiopatie che pur esistono ma colpiscono lo 0,1% della mortalità infantile rispetto a oltre il 99% invece legato a patologie molto più banali, facilmente affrontabili (malaria, polmonite, diarrea). Infine, la comunità internazionale ha fatto di questo obiettivo addirittura due degli otto del Millennium Development Goals: il quarto e il quinto sono infatti legati alla mortalità materna e infantile.

Quali sono i risultati che avete raggiunto?
Un parto gratuito e sicuro e la cura del neonato, questo l’obiettivo. L’abbiamo fatto nei primi cinque anni, dal 2011 al 2016. Ci eravamo dati obiettivi in 4 Paesi, 125 mila parti (che vuol dire 125 mila mamme e altrettanti bambini). Abbiamo superato questo target in 4 ospedali molto grandi della Chiesa. Chiusa questa prima fase, adesso abbiamo rilanciato la seconda. Un altro quinquennio di «Prima le mamme e i bambini» con lo stesso obiettivo, aggiungendo anche «Mille di questi giorni».

Perché questa scelta?
Perché mille giorni sono il periodo nel quale se non si garantiscono alimenti adeguati alla mamma, nei nove mesi di gravidanza, e poi nei due anni successivi del bambino, si avranno bimbi con deficit cognitivi, intellettivi, relazionali, psicoattitudinali gravi. Così quel bambino anziché diventare un giovane capace di andare a scuola, di capire quello che la maestra dice, di diventare una risorsa per il Paese, diventa un peso. Durante i primi due anni di vita, una mamma incinta denutrita o malnutrita partorisce un bambino pretermine, sottopeso, che ha difese immunitarie ridotte e quindi molto più soggetto alla morte o a un deficit. Quindi il nostro obiettivo è aiutare le mamme ad allattare al seno, evitare l’ipotermia con incubatrici che forniscono una temperatura al bambino più elevata. Poi cappellini di lana e calzettini. Metodi semplicissimi, non costosi: è solo questione di aiutare un bambino a passare dall’allattamento a nutrirsi in maniera equilibrata con la formazione delle mamme che non diano loro solo la canna da zucchero.

Quali sono allora i vostri nuovi obiettivi?
In questo nuovo quinquennio abbiamo allargato il progetto da 4 a 7 Paesi, da 4 a 10 ospedali, da 125 mila a 320 mila parti assistiti e 60 mila bambini malnutriti che abbiamo evitato. Se si investe su una mamma si aiuta a crescere, ad essere più cosciente della propria dignità.  Al momento del parto ci siamo impegnati a rispondere alle due emergenze gravi, che sono il cesareo e la trasfusione di sangue.

Risultati concreti che hanno cambiato la vita a queste mamme e ai loro figli. Eppure spesso serpeggia un pregiudizio rispetto agli aiuti destinati all’Africa…
È per questo motivo che insisto sui numeri. È vero, a volte serpeggia nella gente, anche a ragione, l’idea che (e io vengo da una regione che su questo mi punzecchia parecchio, il colore verde è abbastanza dominante) tanto i soldi della cooperazione sono buttati via. Io rispondo che ci sono sì soldi che sono buttati via, esiste una mala cooperazione che va denunciata, ma esistono anche buone pratiche che si vedono a partire dai risultati. Mi sono stufato di parlare di progetti e programmi. Scrivo invece che mi impegno in 5 anni a raggiungere, ad accompagnare, assistere e dopo a dire a chi ci sta sostenendo cosa abbiamo realizzato. Ad Assago l’11 novembre tracciamo il bilancio del primo anno: i Paesi che vanno meglio, dove riusciamo a ingranare di più e spiegare per quale motivo in altri non ci riusciamo.

Dove trovate le maggiori difficoltà?
Per esempio, l’Angola è tornata indietro. È uno dei Paesi che nei report internazionali viene classificato a medio livello di Pil, ma con il calo del prezzo del petrolio il Pil dell’Angola è drasticamente caduto. La capitale ancora regge, ma quando si va nella zona rurale dove noi lavoriamo – perché il nostro mandato è quello dell’ultimo miglio del sistema sanitario – vedi quello che determina. È ovvio che lì dove speravamo di avere risultati migliori non li abbiamo, ma diciamo quali sono le cause. Oppure dire le cose buone, che magari non ci aspettavamo come in Sierra Leone: dopo l’Ebola ha perso 214 operatori sanitari e comunque anche prima nell’intero Paese c’era un solo pediatra. Per questo pensavamo di raggiungere risultati inferiori e invece vediamo che è un Paese che, pur con tutte le fatiche, sta facendo di più.

L’immigrazione è un fenomeno epocale e perciò si torna a dire «aiutiamo l’Africa a svilupparsi». È solo uno slogan o si sta muovendo qualcosa?
Non voglio essere strumentalizzato e quindi non faccio mia l’espressione “aiutiamoli a casa loro”. Dico però che quello che le popolazioni e le istituzioni africane ci chiedono è di aiutarli a non scappare, a costruire il proprio futuro dignitoso lì dove sono nati. Lo chiedono loro, non siamo noi a dirlo. Ecco un esempio: John è uno dei driver che ci accompagna quando andiamo in Sud Sudan, Paese massacrato, martoriato, allo sbando. Nel 2007, quando abbiamo iniziato a lavorare lì, gli ho chiesto: «John, what is your dream?» (qual è il tuo sogno?). «My dream? Europe». «Appena posso, don Dante, io vengo in Europa». Dopo quasi dieci anni, l’anno scorso, nonostante la situazione faticosissima che il Sud Sudan sta vivendo, gli chiedo: «John, how is it going?» (come sta andando la situazione?). «I’m very proud» (sono orgoglioso di fare la mia parte per il Paese). Dopo l’indipendenza nel 2011 i comboniani hanno aperto parecchie scuole primarie e se si ammalano o le mogli devono partorire sanno dove portarle. Il Cuamm ha tentato di fare la propria parte: abbiamo 5 ospedali, 92 centri sanitari, 1.300 operatori locali, 70 volontari e operatori che lavorano nei diversi ospedali e coordinano il lavoro dei centri sanitari.  Abbiamo cominciato a dare risposte concrete: scuola e sanità. Non c’è dubbio che quando si comincia a dare questo, la gente acquista fiducia e diventa orgogliosa e non pensa più all’Europa, perché la preoccupazione che sento, anche dei papà africani, è quella di dare un futuro ai loro figli. Noi abbiamo iniziato a far questo per dare dignità, autonomia e sviluppo a questi Paesi africani dal 1950: sono 67 anni che portiamo avanti la nostra battaglia. Quindi servono aiuti concreti e non slogan.

Al meeting di Assago intervengono Paolo Gentiloni e Mario Draghi. Le istituzioni italiane ed europee quanto stanno contribuendo?
Senza fare nessun commento di natura politica, ma l’Italia si sta impegnando con gli ultimi governi: nell’ambito della cooperazione ha fatto e sta facendo di più rispetto a 5-8 anni fa. A livello europeo Angela Merkel nell’ultimo G20 dell’Africa, a Francoforte, citando fra l’altro il suo ministro delle Finanze, ha usato due espressioni fortissime: «Dobbiamo fare di più con l’Africa e non per l’Africa», che è un concetto fondamentale, perché il “per” identifica assistenzialismo, il “con” invece è corresponsabilità. Poi «chiamatelo Piano Merkel o Piano Marshall, ma noi dobbiamo ora fare di più in questa fascia dell’Africa che è quella subsahariana». Credo, quindi, che l’Europa si stia muovendo, è un donatore importante, anche se a volte bisognerebbe rivedere i meccanismi e i modelli con cui si fa cooperazione sostenendo quella buona. Allora, con Gentiloni e Draghi vogliamo tentare di dare voce all’Africa e fare una sana opera di riflessione e di convinzione.

Sarà presente anche il presidente della Cei, il cardinale Bassetti. Come la Chiesa a livello nazionale, ma anche il singolo fedele o la parrocchia possono dare un contributo concreto?
Possono fare tre cose. La prima, riflettere dentro di sé, un’opera di coscientizzazione, che ha respiro lungo perché se si inizia davvero si avranno risultati nel giro di 10-15 anni, ma dobbiamo farlo perché non possiamo tollerare le morti in Mediterraneo, in Libia o in altri Paesi. La seconda: sentire che il Vangelo in cui crediamo ci spinge ad assomigliare al buon samaritano e che bisogna crederci. Un esempio: abbiamo una presenza molto forte nel Sud Sudan. “Scoppia” la fame in una regione limitrofa paludosa. Il Nilo esonda e arriva anche a 800 chilometri di diametro, si arriva solo con l’elicottero. Non abbiamo i soldi, ma non possiamo stare a guardare. Mi rivolgo allora alla Conferenza episcopale italiana: dopo due giorni mi dicono che sono a disposizione i primi 300 mila euro. Io l’ho sentito un segno della Provvidenza, un invito a credere di più che nell’essere attenti al vicino che soffre il Signore ci aiuta a trovare. In questo senso la Cei è stata davvero trasparenza di un Padre buono e misericordioso.  Allora la terza: sono testimone come l’8xmille alla Chiesa cattolica si trasforma in carità concreta. Stiamo cercando gli altri 300 mila euro necessari per cibo, pappe nutrizionali per questi bambini e le loro mamme che stanno scappando dalle zone di carestia. In concreto si può fare una raccolta in parrocchia e invitarci a raccontare quello che sta capitando.

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