Al Teatro della Luna di Assago l’incontro nazionale annuale di Medici con l’Africa Cuamm, dedicato al continente e alle sfide per la salute di mamme e bambini. La testimonianza di Francesco Peia, che ha trascorso un periodo di specializzazione in Tanzania

di Francesco CHIAVARINI

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Francesco Peia

Originario di San Donato Milanese, Francesco Peia, 31 anni, pediatra da poco specializzatosi a Milano (Bicocca) dopo la laurea alla Statale, ha appena cominciato a lavorare nell’ospedale di Merate dell’ASST di Lecco. Con Medici con l’Africa Cuamm ha passato sei mesi in Tanzania, tra luglio e dicembre del 2016, all’interno del progetto Junior Project Officer, riservato agli specializzandi italiani. A Milano è da anni attivo nel sociale: con gruppi di volontari ha portato assistenza medica negli accampamenti Rom e insegnato l’italiano agli stranieri a Rogoredo.

Di che cosa si è occupato durante quei sei mesi in Tanzania?
Ho operato, in particolare, nel reparto di pediatria dell’ospedale di Tosamaganga nella regione di Iringa, un presidio sanitario di proprietà della diocesi locale, ma inserito nel sistema sanitario nazionale del Paese, unico punto di riferimento per una popolazione di 300 mila persone sparse in un territorio grande quanto la Lombardia.

Come medico, si è trovato ad affrontare situazioni particolari?
Pur essendo la Tanzania in crescita, le prestazioni sanitarie non sono certo paragonabili a quelle di un Paese sviluppato. Ho visto in sei mesi tantissimi bambini nascere. E considerato che in media una donna in Tanzania ha più di 5 figli, ho certamente assistito a molti più parti di quelli ai quali avrei potuto assistere lavorando, nello stesso periodo, al San Raffaele o all’ospedale di Monza, che sono i due più grandi punti nascita della nostra zona. Nello stesso tempo, però, ho anche visto molti più bambini morire colpiti per esempio da asfissia perinatale, una complicanza per nulla rara e con conseguenza gravi anche da noi, ma che lì non lascia scampo perché mancano le apparecchiature per la ventilazione artificiale; oppure mi è capitato di dover registrare il decesso di nati prematuri, che da noi sarebbero sopravvissuti in una normale incubatrice.

Perché ha scelto di concludere la sua specializzazione in un ex ospedale missionario?
Credo per ragioni professionali e umane al tempo stesso. Da un lato, volevo misurarmi come medico in un contesto di risorse scarse. Dall’altro, sentivo il desiderio di mettere in pratica i valori in cui credo, appresi principalmente nella mia famiglia e nel gruppo scout nel quale sono cresciuto: il valore dell’attenzione e della curiosità nei confronti degli altri, in particolar modo di chi vive in una situazione di bisogno inascoltato, la bellezza di affrontare la vita con spirito di servizio, l’importanza di coltivare una fede. Cercavo un’occasione perché questi principi si traducessero in gesti concreti.

A causa dei flussi migratori, l’Africa è una realtà con la quale stiamo imparando a fare i conti. Forse senza essere troppo preparati. Per esempio, dopo il caso della bambina morta di malaria a Trento, per un momento questa estate si è cercato di far credere che a causa degli immigrati nel nostro Paese fosse tornata una malattia debellata da tempo. Da medico cosa ha pensato?
Qualsiasi professionista sa che il contagio della malaria non può avvenire da uomo a uomo, senza la zanzara vettore. Nel caso specifico, quindi, non poteva avere alcuna rilevanza il fatto che la bambina deceduta fosse stata ricoverata insieme a due figli di immigrati che avevano contratto la malattia nel loro Paese di origine, il Burkina Faso. Vero è che alcune malattie che in Italia erano scomparse stanno ricomparendo, come ad esempio la tubercolosi. Ma i casi sono molto limitati e dipendono soprattutto dalle condizioni di vita molto precarie che gli immigrati conducono da noi. È la miseria in cui vivono il fattore di rischio, non la loro presenza. La strumentalizzazione politica su questi temi è sempre pericolosa.

Quando si parla di immigrazione, un slogan piuttosto fortunato di questi tempi è «Aiutiamoli a casa loro». Lei che a casa loro c’è andato proprio per aiutarli, che cosa ne pensa?
Può avere un senso senza dubbio, a patto che non resti uno slogan, ma venga preso sul serio. La Tanzania ha ricevuto e riceve tanti aiuti. Ma in ambito sanitario, per esempio, quel sostegno è stato fondamentale per tanti versi, ma ha anche portato al paradosso per cui i tanzaniani possono curarsi gratuitamente dall’Hiv, ma non dalla polmonite, per cui se non hanno i soldi per comprarsi gli antibiotici possono morire per un raffreddore non curato. Insomma la cooperazione internazionale è una questione complicata, non la si può ridurre a farsi a effetto.

 

 

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