Link: https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/cristo-offre-se-stesso-per-la-felicita-degli-altri-2867525.html
Percorsi ecclesiali

La Quaresima ambrosiana 2026

Radio Marconi ospiti
Share

Riflessione

Cristo offre se stesso per la felicità degli altri

Nella V domenica di Quaresima l'Arcivescovo prosegue i suoi «Dialoghi»: un amaro buonsenso consiglia egoismo e indifferenza, Gesù invece rischia pur di donare la vita. Non una vita qualsiasi, la vita eterna

di monsignor Mario DELPINIArcivescovo di Milano

22 Marzo 2026

Può essere felice chi evita i fastidi?

Non so se si può essere felici – dice Tommaso – ma almeno stiamo tranquilli. «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu vai di nuovo in Giudea?», consigliano saggiamente i discepoli. Ecco il criterio per vivere felici e contenti: evitare i fastidi. Se gli altri hanno bisogno di aiuto, tu tirati indietro. Se c’è un problema nella comunità, se ci sono problemi in paese, tu stai alla larga dai problemi. Se ci sono responsabilità da assumere a servizio della carità, del bene comune, nella vita della tua comunità, tu resta in disparte: le responsabilità sono solo fastidi, preoccupazioni ed esposizione alle critiche e alle pretese degli altri.

Si è diffusa una astuzia meschina, sembra che sia saggio l’egoismo e si presenta come intelligente l’indifferenza.

Gesù invece ritorna in Giudea a motivo dell’amico Lazzaro: ritiene più importante prendersi cura della felicità degli altri, anche se deve mettere in pericolo la sua stessa vita. Questa è la gioia di Gesù: quella di donarsi. Questa è la via della felicità sulla quale possiamo camminare anche noi seguendo Gesù, quella di fare della vita un dono.

Può essere felice questa vita precaria?

«Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!… Lui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che costui non morisse?»

Rimproverano Gesù: questa vita poca e tribolata è l’unica vita che abbiamo. Così ragionano coloro che hanno cancellato la speranza. Finché c’è vita c’è speranza, e dopo? Dopo di speranza non ce n’è più. Perciò se davvero Gesù amasse Lazzaro avrebbe dovuto essere là mentre era malato e fare il possibile per prolungargli la vita.

La casa vuota è insopportabile, protestano le sorelle, amiche di Gesù. Se Lazzaro è morto, moriamo anche noi. Quando c’è un lutto in una casa l’unica consolazione è condividere il pianto. Questo è quello che sanno fare i Giudei, che erano in casa con Maria a consolarla.

Gesù non si fa vicino per piangere con le sorelle in lutto, ma per indicare a loro e a tutti la via della gioia. La felicità non può abitare in una vita destinata alla morte. I discepoli di Gesù non possono essere di quelli che vogliono vivere più a lungo possibile, vogliono vivere una vita che è sopravvivere, un tirare avanti, un accanirsi a vivere, un protestare contro Dio o contro il destino quando la vita finisce. Gesù si dichiara non il medico dell’accanimento terapeutico, ma colui che è la risurrezione e la vita. «Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?»

Per vivere nella felicità non basta una vita qualsiasi, non basta una ricetta dell’eterna giovinezza. Perciò Gesù offre la sua vita, la vita eterna. La speranza non dura finché dura questa vita meravigliosa e tragica, una vita a scadenza. La speranza è la grazia di fidarsi di una promessa. E Gesù è la presenza di Dio che rende partecipi della sua vita, la vita eterna. Ecco come si deve intendere la vita eterna: non la vita che viene dopo, ma la vita di Dio, cioè la vita in comunione con Gesù che viene donata a chi crede e si compie in una comunione che nulla può spezzare.

L’insulto della morte e la sua arroganza

La morte si presenta come una nera signora spietata e arrogante e insulta Gesù e lo fa piangere.

Lo irride: sei arrivato troppo tardi, figlio dell’uomo. Il tuo amico è morto e sepolto, si è arreso al mio potere e si è immerso nel mio abisso che lo divora e lo annienta. Il suo corpo si decompone e la pietra tombale è l’ultima parola sulla vita di Lazzaro e di tutti i figli degli uomini.

La morte spaccia per realismo la “teoria dell’ormai”: ormai tutto è inutile, ormai quello che doveva essere è stato, ormai sono quello che sono, ormai l’amico è morto e sepolto. La morte spaccia per sapienza la rassegnazione e per rimedio l’oblio.

Gesù di fronte all’insulto e alla derisione della morte, l’ultimo nemico, grida forte, come griderà forte di fronte alla sua morte. Il suo grido sconvolge la terra, spezza le pietre, apre i sepolcri. È il grido che dichiara sconfitta la morte e chiama alla vita felice tutti i figli di Dio. «Tutto è compiuto!»

Dov’è o morte la tua vittoria? (cfr. 1 Cor 15,55).

L'opera

Philippe de Champaigne ci mette dentro. Dentro nella grotta, di cui in alto si scorge ancora il margine roccioso. Nessuno bada a noi, in verità, perché l'attenzione di tutti è concentrata su Gesù e su Lazzaro, come è giusto che sia, per l'evento eccezionale che si sta verificando: un morto riportato alla vita. Un cadavere che già puzza di carne in putrefazione, come precisa il Vangelo odierno di Giovanni per voce di Marta, sorella del defunto e amica del Maestro. Parole che suonano come un rimprovero: «Ormai è troppo tardi, non c'è più niente da fare…».
Eppure Lazzaro, chiamato da Gesù, riapre gli occhi. Le sue membra si animano, tanto che i presenti devono scioglierlo dai legacci della sepoltura. Ci sono agitazione, stupore, meraviglia, sgomento sui volti della compagnia di Betania. Ma anche gioia, nei visi delle due sorelle. L'una, a destra, guarda il fratello redivivo e sembra già lanciarsi ad abbracciarlo. L'altra, al centro, volge invece il suo sguardo a Gesù, colmo di gratitudine e ammirazione: vien quasi da pensare che sia lei Maria, colei «che ha scelto la parte migliore».
Philippe de Champaigne non è Caravaggio, certo. Il suo stile e il suo sentire sono assolutamente e orgogliosamente diversi da quelli di Michelangelo Merisi. Ma anche lui, che guarda a Raffaello ea Sebastiano del Piombo, ha mano felicissima e grande talento narrativo. La sua piccola tela ripresa qui sopra, realizzata attorno al 1635 per la chiesa delle carmelitane di Parigi e oggi al Museo di Grenoble, rappresenta infatti il «lancio» della sua carriera, al servizio della corte reale.
«Vieni fuori!», grida a gran voce Gesù. E anche noi sussultiamo, dentro quella grotta in cui ci ma messo Philippe, sentendoci come chiamati insieme a Lazzaro: a una nuova vita, alla vera luce.
Luca Frigerio

Leggi anche

Riflessione
Anonimo italiano XVII secolo, Musée d’Arts di Nantes, Bretagna

La felicità del cieco che non interessa a nessuno

Nella IV domenica di Quaresima l'Arcivescovo prosegue i suoi «Dialoghi»: Gesù si espone nei confronti di un uomo di cui nessuno si cura, rivelandogli l'amore che lo cerca

di monsignor Mario DELPINIArcivescovo di Milano

Riflessione
Michael Pacher, altare realizzato fra il 1470 e il 1480 per la Wallfahrtskirche di Sankt Wolfgang, in Austria

La felicità “inascoltata” offerta da Gesù

Nella domenica di Abramo (III di Quaresima) l'Arcivescovo prosegue i suoi «Dialoghi»: libertà, vita eterna, benedizione, fraternità sono i doni che non fanno presa sui credenti non convinti, sui superbi e sui disperati

di monsignor Mario DELPINIArcivescovo di Milano

Riflessione
MilImg_193_937531_2323402_20260226152536_2

La samaritana e la felicità improbabile

Nella seconda domenica di Quaresima l'Arcivescovo prosegue i suoi «Dialoghi sulla felicità»: la rivelazione di Gesù trasfigura la vita, superando fatiche e monotonie, solitudine e disillusione, e anche devozioni senz'anima

di monsignor Mario DELPINIArcivescovo di Milano