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Riflessione

La felicità del cieco che non interessa a nessuno

Nella IV domenica di Quaresima l'Arcivescovo prosegue i suoi «Dialoghi»: Gesù si espone nei confronti di un uomo di cui nessuno si cura, rivelandogli l'amore che lo cerca

di monsignor Mario DELPINIArcivescovo di Milano

15 Marzo 2026
Anonimo del XVII secolo, Musée d'Arts di Nantes, Bretagna

Anche il cieco vorrebbe essere felice

Per quanto possa sembrare ingenuo, anche il cieco vorrebbe essere felice. Forse qualcuno pensa che il cieco è infelice perché è cieco, e potrebbe anche essere.
Però la domanda che inquieta Gesù e lo commuove è quello che dice il cieco: «Di me, di quello che sono io, proprio io, interessa qualche cosa a qualcuno?».

Il cieco guarito ha qualche ragione per essere infelice

I discepoli che interagiscono con il cieco rappresentano la teologia dell’astrazione.
Il cieco non interessa, non interessa sapere che cosa pensa, che cosa vuole. Non interessa il suo desiderio di essere felice. È, invece, interessante il suo caso. Interessa la condizione del cieco e le domande teologiche a proposito della sua condizione, le domande generali che riducono la storia della persona a un caso fra tanti.
Ha ragione il cieco di essere infelice: non è considerato una persona, ma un caso.

Poi il cieco incontra i vicini di casa, che rappresentano la curiosità degli indifferenti.
Sono i pettegoli che amano discutere di tutto quello che capita in paese. Hanno pareri diversi e chiacchierano del più e del meno. Ma a loro non interessa dell’uomo che ha riacquistato la vista, solo ritengono curioso e interessante ciò che gli è capitato.
Ha ragione il pover’uomo di essere infelice: nessuno si interessa di lui, è solo un oggetto di curiosità.

Incontra e vede finalmente i suoi genitori, che rappresentano la paura.
Il loro figlio è guarito grazie all’incontro con Gesù, ma essere amici di Gesù è pericoloso. Sì, si può immaginare che avessero caro il loro figlio cieco e ora guarito, ma più cara è la sicurezza e più forte la paura. È ormai un uomo fatto, pensi lui a cavarsela nelle complicazioni in cui si mettono quelli che prendono le difese di Gesù.
Ha ragione il pover’uomo di essere infelice: neppure ai suoi genitori interessa di lui.

Non parliamo poi dei farisei, gli esperti di leggi e di religione: la discussione, anzi l’inquisizione si accanisce perché non vogliono credere in quello che il cieco guarito racconta a proposito della sua guarigione né della sua opinione a proposito di Gesù. Ai farisei non interessa né il cieco, né la guarigione. Interessa piuttosto istruire il processo per condannare Gesù. Perciò la discussione si conclude con la cacciata dell’uomo dalla sinagoga.
Ha ragione il pover’uomo di essere infelice: l’hanno cacciato dalla sinagoga e come scomunicato. 

Gesù lo cerca

Ma se non conta niente per nessuno, c’è Gesù che si prende cura di lui e lo libera dalla cecità e lo va a cercare nella sua solitudine. Gesù cerca il pover’uomo e non per dire qualche parola patetica di consolazione, ma per chiamarlo alla fede.

Il pover’uomo non solo può stare meglio e vivere senza chiedere l’elemosina: può addirittura trovare la via della felicità. Fino a questo punto Gesù si interessa al pover’uomo infelice, fino a esporsi al sospetto e alla condanna da parte dei farisei. Gesù si interessa proprio di lui, più che del sabato, più che della legge di Mosè, più che di se stesso.

La sollecitudine di Gesù è rivelare al pover’uomo l’amore che lo cerca, che lo accompagna, che offre la possibilità di essere felice.

Ci sono uomini e donne che ritengono di avere delle buone ragioni per essere infelici: ma Gesù non le cerca? Gesù non si interessa di loro? Gesù non propone a loro, come al pover’uomo che era cieco ed è guarito, la via della fede?

L'opera

Gesù passa e ci vede. Vede la nostra infermità, vede la nostra incapacità di vedere. Vede che la nostra cecità è del cuore e della mente, prima ancora che degli occhi. E non ci lascia soli a brancolare nel buio.
Il dipinto sopra è un capolavoro della pittura italiana della prima metà del XVII secolo. Un capolavoro, sorprendente, di cui non si sa nulla: né l'autore, né la provenienza. Dagli inizi dell'Ottocento si trova in Francia, e oggi fa parte delle collezioni del Musée d'Arts di Nantes, in Bretagna. Tra gli studiosi c'è chi lo avvicina ad Assereto, e quindi al grande caravaggismo di matrice genovese; chi vede, invece, l'influenza di una Ribera, e quindi ne ipotizza un'origine napoletana. Da questo punto di vista, la luce deve ancora essere fatta su questo strepitoso dipinto…
La prima cosa che si nota in questa scena è la giovane età e la prestanza fisica del cieco nato. Un aspetto spesso trascurato dagli artisti che hanno illustrato il brano odierno del Vangelo di Giovanni, e che invece rivela la fedeltà al testo scritturale del nostro anonimo pittore, considerando che a un certo punto entrano in scena anche i genitori dell'uomo, interrogati dai giudei.
Impressiona, poi, l'accostarsi di altri uomini: Pietro, probabilmente, e quei discepoli che avevano indicato il cieco chiedendo al Rabbì se fosse colpa sua o dei suoi genitori, per essere nato così disgraziato. Discepoli che come gli altri, più ancora degli altri, hanno bisogno di vedere. E di capire.
Ma soprattutto colpisce quel chinarsi di Gesù verso il giovane cieco, quel suo andargli incontro, a lui che è a terra, seduto, come schiacciato dalla sua disabilità. Gesù che ci apre lo sguardo con una carezza, perché anche noi finalmente possiamo vedere la luce della verità.
Luca Frigerio

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