Don Riccardo Miolo, collaboratore del Servizio di Pastorale liturgica, spiega gli interventi sulla versione cantata della preghiera legati all’entrata in vigore del nuovo Messale. Dall’Immacolata anche un nuovo canto del «Gloria»

di Annamaria BRACCINI

canto pade nostro

Come l’entrata in vigore del nuovo testo del Messale romano tocca e interessa anche l’aspetto musicale della liturgia? Quali le novità più significative? Don Riccardo Miolo, collaboratore del Servizio di Pastorale liturgica per la Sezione del canto, parte da una premessa: «La riforma completa del Messale è ancora in divenire e, quindi, tutto ciò che riguarda la cantillazione dei dialoghi, per esempio, tra il sacerdote e l’assemblea – come “Il Signore sia con voi”, “E con il tuo spirito” -, è ancora in fieri con l’obiettivo di arrivare a una versione ufficiale e definitiva per tutta la Diocesi, che verrà decisa da un’équipe coordinata da monsignor Claudio Magnoli. Per il 29 novembre, si è pensato invece di intervenire sul Padre nostro».

Come si è adattata la melodia al nuovo testo?
Vi erano già diverse versioni. Per esempio, fra la versione del Messale e quella del Cantemus Domino – il sussidio ufficiale della Diocesi per il canto, voluto dal cardinale Martini – ci sono alcune differenze. Inoltre, nel tempo, i fedeli avevano apportato ulteriori variazioni in molte comunità. Se da un lato questa non uniformità ha richiesto di tenere in considerazione le fonti antiche latine, dall’altro, ancor più ha tenuto conto di come generalmente le nostre assemblee erano solite cantare il Padre Nostro. Dal giorno dell’Immacolata avremo anche un nuovo canto del Gloria, per il quale non ci sarà una differenza radicale, in quanto la Commissione della Cei – in modo illuminato – ha tenuto conto della metrica. La versione della Bibbia è: «E pace in terra agli uomini che egli ama»; ma così avremmo dovuto cambiare tutti le melodie del Gloria. Per fortuna si è pensato di rendere liturgicamente questa frase con «E pace in terra agli uomini, amati dal Signore», che ha la stessa metrica di «E pace in terra agli uomini di buona volontà». Qui sarà molto semplice, perciò, adattare la musica al nuovo testo.

Cantare non è solo “pregare due volte”, come diceva sant’Agostino, ma è anche un modo specifico della partecipazione dell’assemblea…
Certamente. Per esempio, la formula migliore sarebbe che un solista proponesse la strofa di un canto e l’assemblea rispondesse con il ritornello, oppure come avviene nel dialogo tra il celebrante e l’assemblea che risponde. Per questo è fondamentale il canto, perché introduce anche a una modalità di vivere la vita, anzitutto nell’aspetto della relazione orizzontale con i nostri fratelli, dove ci si ascolta e si risponde, ma soprattutto nel rapporto con Dio: non si può pregarlo o rivolgersi a Lui se prima non lo si è ascoltato. Un canto fatto bene, dove la maggiore espressione è data da quest’alternanza tra solista, coro e assemblea, può aiutare a vivere con maggiore autenticità la nostra esperienza di fede.

L’Arcivescovo lo scorso anno, in occasione della festa di Santa Cecilia, patrona della musica, ricordava ai responsabili delle Corali riuniti in Duomo che occorre prevedere, anche per il canto, un ancoraggio certo e primario alle proposte della Diocesi. Insomma, anche in questo contesto, non è pensabile un “fai da te”…
L’Arcivescovo tiene molto a questo aspetto e mi ha dato, infatti, la responsabilità di trovare un repertorio di canti comuni, il più possibile condiviso fra tutte le nostre parrocchie e i nostri cori. Non è sicuramente una sfida facile, perché ognuno ha le proprie tradizioni, che dicono anche un’esperienza di fede. Capiamo bene che andare a modificare un certo repertorio va a toccare tale esperienza e che, quindi, è un’operazione molto delicata.

 

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